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La Russia sta compiendo un passo decisivo verso la piena statalizzazione dello spazio digitale con l’introduzione di Max, piattaforma multifunzionale sviluppata dalla società Vk, controllata dal Cremlino, su ordine diretto di Vladimir Putin. Presentata a marzo, l’app sarà preinstallata su tutti i dispositivi digitali venduti nel Paese dal 1° settembre e sostituirà progressivamente WhatsApp, che verrà vietato con motivazioni di sicurezza nazionale. Dietro un’interfaccia minimalista, Max concentra in un’unica soluzione servizi di messaggistica, videochiamate, pagamenti online, social network e accesso ai portali governativi. Ma, secondo analisti e oppositori, rappresenta soprattutto uno strumento avanzato di sorveglianza e controllo sociale, in grado di raccogliere in tempo reale dati sensibili su localizzazione, contatti, transazioni bancarie e cronologia di navigazione.

Le app sovrane, il controllo interno e la militarizzazione del web

Fonti indipendenti rivelano, afferma il Times, che l’app utilizzerà permessi invasivi, inclusi l’accesso root, il controllo permanente di microfono e fotocamera e la capacità di inviare automaticamente informazioni ai server di Vk, sotto il diretto controllo dei servizi di sicurezza russi. Anche dopo la rimozione, parti del software resterebbero attive nei file di sistema, rendendo l’operazione di fatto irreversibile. Max somiglierebbe, così facendo, al modello cinese di WeChat, la super app utilizzata da Pechino come strumento di sorveglianza, censura e gestione centralizzata dei servizi digitali e di messaggistica. E proprio come WeChat, Max mira a diventare un’infrastruttura indispensabile per la vita quotidiana: un sistema che integra comunicazioni private, interazioni sociali, transazioni economiche e rapporti con lo Stato, eliminando gradualmente sia l’utilizzo di Whatsapp e Telegram, sia la possibilità di reale anonimato online.

Il progetto riflette un cambiamento profondo nel rapporto tra il Cremlino e Internet. Nei primi anni 2000 Putin mostrava un atteggiamento quasi sprezzante verso la rete, sostenendo di non averne mai fatto uso. Le proteste di massa del 2011 a Mosca, alimentate dall’uso di piattaforme occidentali come YouTube e Facebook, hanno segnato una svolta. Da allora il Cremlino ha progressivamente militarizzato lo spazio digitale, bloccando siti stranieri, rallentando l’accesso a piattaforme scomode come YouTube e perseguendo migliaia di cittadini per contenuti online ritenuti estremisti, a causa della loro natura e provenienza occidentale. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, la repressione ha raggiunto livelli senza precedenti, con quasi 4.000 persone incriminate per post e commenti sui social, e leggi sempre più restrittive vietano persino la ricerca online di contenuti considerati illegali.

Max e RuNet per un ecosistema digitale centralizzato

L’introduzione di Max è parte integrante del processo di decoupling digitale che la Russia porta avanti per ridurre la dipendenza da tecnologie occidentali e avvicinarsi al modello autoritario cinese. Come Pechino, Mosca intende costruire una sfera digitale sovrana, in cui i dati restano sotto il controllo dello Stato e le infrastrutture critiche non sono esposte a interferenze esterne. In questo senso, Max rappresenta il tassello tecnologico di una strategia più ampia, che comprende l’espansione della rete RuNet, la propria versione isolata di Internet, e il progressivo allineamento con la visione cinese di un cyberspazio frammentato in blocchi nazionali.

In questo senso, il confronto con WeChat è illuminante: il Social credit system di Pechino, che monitora e valuta il comportamento dei cittadini, è fortemente strutturato sull’utilizzo dell’app cinese e nonostante Mosca non abbia ancora sviluppato e introdotto ufficialmente strumenti di credito sociale, l’accumulo di dati ottenuti tramite Max potrebbe fornire la base per una forma di controllo analogo, in grado di modellare e monitorare l’opinione pubblica e le forme di dissenso. 

 

Verso la sorveglianza digitale. Ecco Max, la WeChat del Cremlino

La Russia accelera la costruzione di un ecosistema digitale controllato dallo Stato con il lancio di Max, un’applicazione sviluppata su ordine diretto del Cremlino e destinata a sostituire WhatsApp, che verrà vietato entro l’autunno

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