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Le elezioni europee sono appena passate e i commenti post scrutinio lasciano spazio alle analisi sulla distribuzione territoriale dei voti. Se a farla da padrona, un po’ in tutta Italia, è la Lega di Matteo Salvini, c’è un’isola felice, o perlomeno non triste, per il Partito democratico che si chiama Milano. Nel capoluogo lombardo il partito di Nicola Zingaretti ha infatti superato il 35% dei consensi, staccando la Lega di otto punti, una tendenza registrata in molte grandi città (Torino, Roma, Genova, Bologna, Firenze). “A partire da Pisapia l’esperienza amministrativa ha cambiato, in questi anni, il volto di Milano che è diventata una città europea, europeista”, ha detto in una conversazione con Formiche.net Silvia Roggiani, prima segretaria metropolitana del Pd di Milano, militante dem dalla sua nascita con una lunga esperienza sul territorio. E sulla scelta tra centro e sinistra? “Qui siamo riusciti a stare uniti sugli obiettivi, cioè tenendo insieme la pluralità del partito e sapendo che un partito plurale è una ricchezza”.

Partiamo dalla città di Milano: il Partito democratico, in controtendenza con i dati della regione tutti a favore della Lega, ha retto sfondando il 35%. A cosa è dovuto?

Credo che sia dovuto all’esperienza che c’è qui dal punto di vista del partito che negli anni si è radicato sul territorio, ha messo in campo tantissime mobilitazioni e una presenza importante con i circoli. Una presenza che non è chiusa solo agli iscritti ma tiene un rapporto costante con, ad esempio, i nostri elettori alle primarie. Noi siamo l’unica federazione non solo in tutta la Lombardia ma anche in tutta Italia che da sempre tiene un rapporto con i primaristi e anche in questa campagna elettorale per noi sono state la prima cerchia di mobilitazione, ossia abbiamo mandato delle lettere, abbiamo fatto delle telefonate per poter poi attivare queste persone che si erano mosse per votare alle primarie. Dall’altro lato l’esperienza amministrativa.

Quella di Giuseppe Sala…?

A partire da Pisapia l’esperienza amministrativa ha cambiato, in questi anni, il volto di Milano che è diventata una città europea, europeista, che riesce a tenere insieme la crescita e lo sviluppo economico e produttivo con la solidarietà e non lasciare indietro nessuno.

Lo stesso Pisapia ha ricevuto molti più voti di Salvini, però spostandosi da Milano il dato cambia. Il Pd non riesce più a parlare con la provincia?

Non direi che non riesce a parlare con la provincia. È vero che c’è un gap tra città e provincia, però è anche vero che se guardiamo i dati medi della provincia sono comunque più alti del livello nazionale, perché sono al 29%, con alcuni comuni, faccio un esempio su tutti che è San Donato Milanese, in cui il Pd è ancora il primo partito rispetto alla Lega. Ovviamente in provincia i dati sono più a macchia di leopardo, però anche le amministrative ci hanno dato segnali positivi.

Di che tipo?

Nei comuni superiori ai 15mila abitanti noi ne abbiamo vinti quattro al primo turno, con sindaci tra l’altro tutti iscritti al Pd. Simone Negri a Cesano Boscone, Fabio Bottero a Trezzano, Yuri Santagostino a Cornaredo e Sara Sant’Agostino a Settimo Milanese. Il gap credo che sia dovuto, perché non dobbiamo nasconderci che il dato è stato inferiore a quello della città, alle opportunità. Noi dovremmo riuscire a estendere quello che abbiamo provato a fare per i cittadini milanesi, non abbastanza e questa deve essere la strada da seguire, anche ai cittadini della zona metropolitana, ossia le stesse possibilità di chi sta a Milano.

Ad esempio?

Un esempio su tutti è il biglietto unico integrato che è stato rallentato dalla regione, ma su questa stessa linea si può fare tanto in tanti settori.

Come si torna a parlare con i cittadini delusi dalle lotte intestine nel Pd, che nonostante l’elezione di Zingaretti, continuano a far parlare?

Una ricetta non c’è, per partendo dall’esperienza di Milano, anche se non può pretendere di avere valenza nazionale. Qui siamo riusciti a stare uniti sugli obiettivi, cioè tenendo insieme la pluralità del partito e sapendo che un partito plurale è una ricchezza. Abbiamo fatto una scelta sui candidati da sostenere qui a Milano per le europee che sono stati, fortunatamente, tutti eletti. Ecco in questa scelta c’era tutta la pluralità del partito, perché si andava da Majorino fino a Irene Tinagli. Essere uniti su obiettivi che tengano insieme la nostra pluralità, che è la nostra ricchezza, qui a Milano è stata la strada giusta.

Il Pd, insomma, non deve scegliere se guardare al centro o a sinistra?

Il Pd anche nella sua vocazione originaria da sempre ha avuto l’ambizione di parlare sia al centro sia a sinistra. Se escludiamo uno degli elettorati, facciamo un errore. Penso sempre a Milano: a quello che abbiamo fatto con le alleanze per Beppe Sala. Noi abbiamo parlato sia al centro che a sinistra, il discriminante è stato scegliere chi aveva voglia di costruire, chi credeva in un certo tipo di modello. Un esempio, gli scali ferroviari: c’è stata una sinistra che non ha votato la loro riqualificazione e questa è stato un discriminante. Le alleanze devo essere fatte guardando a destra e a sinistra con chi ha voglia di costruire un progetto di crescita e che tengano assieme due cose fondamentali oggi, ossia lo sviluppo economico e la solidarietà.

Calenda, lo stesso Pisapia, non sono rappresentanti della “pancia” del Paese, quella cui parla Salvini. Si può tornare a parlare con i lavoratori o il Pd si certifica come forza di riferimento delle classi medio-alte?

Il consenso che Salvini è riuscito in questi mesi a raccogliere, raddoppiando i suoi voti, non credo sia così consolidato. Anche le classi meno abbienti di fronte a delle promesse che non sono realtà, che non si trasformano in bisogni realizzati, abbandoneranno chi le ha fatte. Come è successo al Movimento 5 Stelle che con il reddito di cittadinanza avrebbe dovuto raccogliere consensi e invece si è scontrato con la realtà, credo succederà anche alla Lega di Salvini. Il Pd se vuole parlare a chi oggi vive la paura di una società che non riesce a garantirgli più la stessa sicurezza dal punto di vista economico, del lavoro, del progetto di futuro per i propri figli, deve dare risposte concrete ed è quello che fa nelle grandi città e nei comuni che amministra.

Tornando a Milano, lei è la prima segretaria donna. Pensa ci sarà spazio, nel prossimo futuro, per una donna segretaria nazionale del Pd?

Me lo auguro per il mio partito e per il mio Paese. Oggi pensiamo che essere donna non sia più come una volta, che le nostre opportunità siano come quelle dei nostri colleghi uomini, ma in realtà non è così, soprattutto dal punto di vista del sottofondo culturale in larghe fasce del Paese, anche nel centrosinistra, anche nel Partito democratico, per cui se sei donna devi dimostrare il doppio. Credo che essere donna possa essere una ricchezza, e nel mondo della politica riuscire a dare un’immagine di donne che conciliano lavoro e creazione di un nucleo familiare può dare un segnale forte alle tante donne che ogni giorno vivono con paura le scelte per il loro futuro.

Silvia Roggiani, pd, partito democratico, milano

A livello nazionale il Pd segua il modello Milano. Parla Roggiani

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