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Con buona pace di Claudio Baglioni, la vera farsa sta diventando la vicenda Tav. Ormai, non passa giorno senza un’anticipazione dell’ormai fantomatica analisi costi-benefici. Senza una polemica, fra Lega e Movimento 5 Stelle. Senza qualcuno che si alzi e dica la sua, come se la linea ad Alta Velocità ferroviaria, nel tratto italo-francese, fosse ancora allo stadio di proposta o progetto. Come se l’Italia non avesse siglato, firmato e controfirmato fior di accordi internazionali e contratti, dando il via ai lavori politicamente parlando una vita fa.

Siamo, in effetti, ben oltre il ridicolo, da qualsiasi punto di vista. Partiamo dall’analisi costi-benefici, una procedura a detta di fior di esperti tecnici ed economici del tutto insensata, a contratto siglato, lavori ampiamente in corso e realizzazione del tunnel già arrivata al 15%. Esperti a parte, basterebbe, in realtà, il buon senso.

Visto che ci troviamo coinvolti in questo balletto, è lecito chiedersi anche di quali costi-benefici si stia parlando. Quando si procedette al via libera dell’opera, non eravamo esattamente agli albori dell’era industriale e del trasporto su ferro. Sostenere che tutto sia cambiato – proprio negli anni in cui i paesi più sviluppati cercano di trasferire su rotaia quanto più possibile del traffico delle merci – appare quantomeno pretestuoso. La verità, per chi abbia voglia di guardare il tutto con disincanto, è che serviva una foglia di fico, per coprire una decisione politica, presa e sbandierata dal Movimento 5 Stelle da anni. Una pezza d’appoggio, che viene peraltro anticipata da giorni da componenti della commissione, rumors e spifferi vari. Qualche dubbio sul senso di questo lavoro credo sia legittimo, a questo punto, almeno come l’interrogativo tanto caro al Movimento, sull’utilità della Tav.

Nel frattempo, come ai tempi eroici di Rifondazione Comunista ‘di lotta e di governo’, la Lega si prepara ad andare in piazza contro il proprio esecutivo, per dare appoggio ai ‘Sì Tav’. Nulla di nuovo, dunque, ma il senso di straniamento rimane, perché in questo derby perenne in seno alla maggioranza rischia di far finire in fuorigioco il senso di crescita e sviluppo del Paese.

La Tav, ormai è chiarissimo, potrebbe pagare tutte le sconfitte del M5S, sulle Grandi Opere. Costretto, finora, a dire di sì a tutto ciò che si era promesso di bloccare o cancellare, il partito di maggioranza relativa sa di giocarsi un bel pezzo di faccia, con la sua ala dura e pura, sull’Alta Velocità. Da sempre, del resto, è proprio quest’ultima il bersaglio grosso, il banco di prova della capacità di Di Maio, Di Battista e Toninelli di lasciare un segno forte. Anche per gli alleati della Lega, si andrebbe in una direzione rischiosa, per lo sviluppo dell’Italia, ma la questione è puramente politica. L’analisi economica – con buona pace dei tecnici della commissione – è diventata un fastidioso dettaglio. Incredibile, ma vero.

Questo balletto, poi, nasconde un altro dato inquietante: tratteniamo il fiato per la Tav, mentre a Sud, con l’eccezione del Tap salvato per il rotto della cuffia, ormai neppure si ipotizzano più grandi opere. Tutto tace. Come si possa pensare di rilanciare un’area economicamente depressa a livelli patologici, senza metter mano alla cronica carenza infrastrutturale, è un mistero glorioso. Sacrosanto invocare forti investimenti nel digitale (dove sono, a proposito?), ma abbiamo un pezzo di Paese, in cui far circolare persone e merci è un’impresa titanica. Non ne parla nessuno, prevale la rassegnazione. Ci rimpalliamo indagini sempre più pessimiste, sul divario Nord-Sud, ma stiamo qui a mettere in discussione contratti e decisioni liberamente sottoscritti. Il segnale è devastante: siamo fermi o pronti a fermarci.

tav

Il balletto di Lega e M5S sulla Tav manda in fuorigioco la crescita del Paese

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