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Tutte le piattaforme dei maggiori social media sono state coinvolte in una operazione su vasta scala condotta dalla fabbrica dei troll di Mosca, l’Internet Research Agency, per aiutare Donald Trump. E non solo in vista del prima voto per la Casa Bianca nel 2016, ma anche dopo, l’insediamento del tycoon alla Casa Bianca, almeno fino alla metà del 2017. Ma probabilmente anche dopo, fino alle elezioni di metà mandato del novembre scorso (sulle quali, tuttavia, non ci sono dettagli).

I DUE DOSSIER

Il quadro, dettagliato come mai in precedenza, emerge da due dossier – uno preparato dalla Oxford University in collaborazione con l’azienda di analisi dei dati Graphika, l’altro dalla Columbia University con la società texana di cyber sicurezza New Knowledge – elaborati per la commissione intelligence del Senato Usa e raccontati dai media d’oltreatlantico. Entrambi i lavori sono basati sull’analisi di milioni di post forniti dalle stesse aziende coinvolte, tutti colossi della Silicon Valley, intenti a collaborare con il Congresso e gli investigatori che – soprattutto nell’ambito dell’inchiesta sul Russiagate guidata dal procuratore generale Robert Mueller – cercano di far luce su quella che potrebbe essere la più grande operazione di influenza condotta sulla società d’oltreoceano.

CHE COSA È SUCCESSO

Army of Jesus, Being Patriotic, Heart of Texas, Black Matters Us. Sarebbero decine i falsi account con cui la macchina della Internet disinformazione russa e dell’Ira guidata da Yevgeny Prigozhin, lo ‘chef’ di Vladimir Putin (soprannome dovuto al suo fiorente business nei catering di alto rango), avrebbe invaso i social media per danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton. L’operazione avrebbe coinvolto non solo piattaforme come come Facebook (che ha anche Instagram) e Twitter, ma praticamente i servizi di tutti i big del Web, compresi Microsoft (con Outlook) e Google (compresi il suo YouTube, Gmail e i risultati di ricerca), Yahoo!, Tumblr e Vine.

UNA VALANGA DI FAKE NEWS

Attraverso il Web, evidenziano i report, ci sarebbe stata una diffusione capillare di fake news, immagini, video, messaggi fuorvianti e mirati a ben precisi gruppi di elettori: da quelli di estrema destra, convinti che in Trump avrebbero ottenuto il riconoscimento di alcune loro istanze, alle minoranze afroamericana o ispanica, tra cui infondere sfiducia scoraggiandoli a recarsi alle urne. Ma nel mirino ci sarebbero stati anche musulmani, cristiani, ebrei, donne, progressisti, gay, veterani, tutte componenti dell’elettorato agganciate ognuna con messaggi ad hoc. Dallo studio dei post emerge anche il tentativo di veicolare messaggi legati al diritto delle armi e all’immigrazione, nonché di diffondere inoltre numerose teorie cospirazioniste.

IL RUOLO DEI COLOSSI TECH

Al centro delle polemiche, dopo i report, sono tornati come prevedibile anche i colossi tecnologici americani. La valutazione è che aziende come Facebook (individuate almeno 20 pagine controllate dalla Ira che hanno ricevuto 39 milioni di like e 31 milioni di condivisioni), Google (oltre mille i video propagandistici e ingannevoli su Youtube) e Twitter non avrebbero detto al Congresso Usa la verità circa la portata delle azioni di Mosca volte a sfruttare i loro servizi per promuovere un’agenda a favore dell’attuale presidente. Uno degli studi sostiene anche che Instagram, la piattaforma per la condivisione di immagini (di proprietà della compagnia di Menlo Park) sia uno dei fronti più avanzati (odierni e futuri) della propaganda di Mosca, intenzionata a sfruttarne la popolarità. Ben 133 i falsi account scoperti sulla piattaforma.

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