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Il dossier libico e tutto quello che vi ruota attorno continua ad aggiungersi di novità significative. In linea generale, mentre i Paesi del Maghreb pongono le condizioni per la prossima Conferenza nazionale di Tripoli, l’inviato speciale per le Nazioni Unite Ghassan Salamè ha confermato l’intenzione di tenere “le elezioni presidenziali in Libia entro la fine dell’anno in corso”. Il percorso di stabilizzazione procede, dunque. Anche se gli intoppi non mancano.

In previsione dell’incontro organizzato dall’Onu nella capitale libica per discutere della tanto agognata stabilizzazione l’Algeria, la Tunisia e il Marocco hanno precisato che saranno presenti solo a patto che venga ripristinata la sicurezza del Paese prima dell’avviamento effettivo di un percorso politico. I rappresentanti dei tre Paesi hanno discusso di questo e di altre condizioni nel corso della recente visita di Salamè ad Algeri. Una trasferta, quella dell’inviato del Palazzo di Vetro, che aveva lo scopo di sfruttare le relazioni privilegiate tra alcune tribù locali e gli esponenti dell’ex regime di Muammar Gheddafi.

In un’intervista rilasciata all’emittente televisiva Libya al Hurra, Salamè ha precisato che “il piano di lavoro dell’Onu in coordinamento con le parti libiche, è quello di arrivare a elezioni parlamentari, poi al referendum sulla Costituzione e infine alle presidenziali”, sempre entro la fine del 2019.

A questo proposito, infatti, Emad al Sayeh, presidente dell’Alta Commissione Elettorale Nazionale libica, si è detto certo che il prossimo referendum costituzionale nel Paese si terrà entro la fine di febbraio di quest’anno. Il funzionario ha inoltre spiegato che la sua Commissione si è coordinata con la magistratura centrale che ha il compito di portare ad esecuzione la legge elettorale referendaria emessa dal parlamento di Tobruk. Una legge che prevederebbe la divisione dei seggi in tre aree: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Facendo in modo, così, che l’approvazione sulla Costituzione si avrebbe nel momento in cui si riuscirà ad ottenere il consenso del 50 per centro più uno in ciascuna regione.

La Russia, d’altra parte, si sta affacciando, anche se indirettamente, in maniera più decisa, all’affaire libico. Per la prima volta, infatti, le autorità di Mosca sono entrate nel dossier di Hannibal Gheddafi, figlio del colonnello Muammar. Hannibal, infatti, è stato arrestato in Libano per la scomparsa dell’imam Musa Sadr, avvenuto nel 1978 e si trova recluso da tre anni nel carcere di Beirut con l’accusa di aver nascosto informazioni sulla scomparsa del leader sciita.

Il motivo dell’interesse russo, come scrive il quotidiano Asharq al Awasat, sarebbe collegato con filo diretto all’interessamento del governo siriano, suo alleato, che starebbe esercitando pressioni per conto della Russia per la sua liberazione. Fonti vicine alla questione hanno detto ad Asharq Al-Awsat che Mosca ha deciso di lavorare su questo dossier su richiesta di Saif al-Islam Gheddafi, fratello di Hannibal, che attualmente risiede in una zona montuosa della Libia, sotto la protezione di gruppi tribali leali.

Le fonti hanno rivelato che Saif al-Islam, che “mantiene buoni rapporti, anche per corrispondenza, con Mosca”, ha inviato i suoi rappresentanti nella capitale russa, chiedendo ai funzionari di intervenire per liberare suo fratello che è stato arrestato in Libano con l’accusa di nascondere informazioni punibili con un massimo di tre anni di reclusione.

In una fase di così delicato equilibrio dunque, basta un solo tassello al posto sbagliato per far crollare le certezze che si sono costruite in questi mesi. Secondo quanto scritto sul Guardian questa mattina, la Libia rischierebbe, nonostante i passi in avanti condotti da Salamè, di perdere l’ultima possibilità di trovare una soluzione pacifica allo stallo. L’ex ambasciatore libico all’Onu ha scritto, infatti, una lettera aperta all’inviato speciale nella quale afferma che “alcuni partiti libici sostenuti da membri attivi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu stanno cercando di dirottare la conferenza nazionale”. Un avvertimento che giunge nel momento in cui anche la figura di Khalifa Haftar, generale e uomo forte della Cirenaica, è ritornata a affermare il volere di riunificazione militare del Paese. Se necessario mettendo in atto un vero e proprio assalto a Tripoli. Anche se, come precisa lo stesso quotidiano inglese, Salamè in tal proposito conferma l’impegno di Haftar per il processo di pacificazione nel Paese.

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