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Per dirlo Luigi Di Maio che sì, quella piazza a Torino va ascoltata, vuol dire che non è stato tutto inutile. Certo, il co-azionista di governo ha corretto subito il tiro: no, la Tav, la linea Alta velocità Torino-Lione, non va fatta perché i soldi vanno spesi in altro modo. Ma un pizzicotto dentro l’esecutivo gialloverde l’hanno sentito sicuramente. Troppo forte il messaggio arrivato dall’ex capitale del Regno d’Italia. Imprese, sindacati, semplici associazioni, tutti insieme nel nome dello sviluppo. Non capita tutti i giorni. Ma soprattutto decisamente alta la posta in palio. Un’opera da due miliardi di euro senza la quale il Paese rimarrebbe nei fatti tagliato fuori dal novero delle grandi opere.

Confindustria è stata un po’ il motore di questa rivolta contro i troppi no e i pochi si (qui l’intervista della settimana scorsa a Costanzo Jannotti Pecci che rappresenta l’area turismo a Viale dell’Astronomia). Questa mattina il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, non è stato tenero nel sottolineare l’esistenza di un Movimento Cinque Stelle contro gli interessi e lo sviluppo del Nord. Non meno diretta ed efficace Licia Mattioli, imprenditrice torinese e vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione. Già, perché proprio di questioni e prestigio internazionale si sta parlando quando il tema è la Tav.

“A Torino si è visto qualcosa di grande, di importante. Un popolo, fatto di imprese, studenti e pensionati. Tutti per chiedere quel futuro che qualcuno non vuole darci. Né al Piemonte né all’Italia. Abbiamo avuto la sensazione che ci fosse un intero movimento in piazza per la Tav. Torino ha sempre avuto un fortissimo senso dello Stato e lo ha dimostrato: non c’erano simboli politici, bandiere, ma solo tanta voglia di sviluppo”, spiega Mattioli. “Noi chiediamo che i nostri bisogni, quelli della città che poi sarebbero quelli dell’Italia tutta, vengano soddisfatti. A cominciare dalle infrastrutture, che sono e rappresentano il vero punto di partenza”.

Focalizzando il problema “la Tav deve essere fatta a tutti i costi. Non ci sono solo in ballo nove miliardi di investimenti e migliaia di posti di lavoro, ma anche la credibilità di un Paese. Pensi che negli anni 50 c’era chi non voleva le autostrade e oggi noi viviamo di autostrade. Tra cinquant’anni chi oggi non vuole la Tav che cosa dirà? Voglio raccontare una storiella che ha dell’incredibile. In Germania circolano dell piantine geografiche che escludono l’Italia dalla mappa delle infrastrutture europee. Vuol dire che senza la Tav di fatto saremmo come tagliati fuori dal resto del mondo, persino dalla via della Seta. E il dramma è che qualcuno lo dà già per scontato”.

A questo punto però la battaglia di Confindustria nel nome del progresso è solo all’inizio. “Sabato abbiamo assistito a una prima mobilitazione, riscuotendo un grande successo. Ma certo che non è finita. A dicembre ci sarà un consiglio straordinario a Torino, per mandare un altro segnale di protesta al governo, coinvolgendo tutti i soggetti locali, imprese o no che siano. E voglio dire un’altra cosa. La fame di infrastrutture non è un problema solo italiano, ma è un qualcosa che riguarda l’Europa tutta. Non è davvero un caso se allora la Confindustria italiana stia portando avanti grandi progetti con le altre confindustrie europee. Tutti, rigorosamente, nel nome dello sviluppo”.

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