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Il ministro della Difesa del Belgio, Theo Francken, ha annunciato che il suo Paese è pronto a ordinare ulteriori F-35, a condizione che questi siano prodotti in Italia. Secondo quanto riportato dallo stesso ministro, l’accordo sarebbe stato raggiungo nel corso di un incontro a Washington con Michael Williamson, presidente di Lockheed Martin International. Il Belgio ha aderito al programma Joint Strike Fighter nel 2018, diventando così il tredicesimo Paese ad acquisire il caccia della Lockheed Martin. All’epoca l’F-35 aveva battuto la concorrenza, rappresentata per l’occasione dall’Eurofighter, dall’offerta informale della francese Dassault per il Rafale e dall’ipotesi di un aggiornamento complessivo degli F-16. I 34 velivoli già acquisiti da Bruxelles, tutti nella versione A, a decollo e atterraggio verticale, sono costati alle casse belghe intorno ai sei miliardi e mezzo di dollari, e stanno venendo prodotti in Texas. Per il futuro, Francken preferirebbe che la produzione avvenisse nel sito italiano di Cameri. La decisione finale sull’acquisto o meno degli ulteriori velivoli, tuttavia, resta oggetto di discussione politica, anche all’interno della stessa maggioranza di governo.

Già allora la scelta belga aveva chiamato in causa il nostro Paese, oggi esplicitamente richiamato dal ministro della Difesa. Elemento-chiave di questo protagonismo italiano è il contributo industriale al programma F-35 con lo stabilimento Leonardo di Cameri, una delle sole due linee di produzione dell’F-35 fuori dagli Stati Uniti (l’altra è in Giappone), e l’unica in Europa. Grazie alla joint venture con Lockheed Martin, Cameri è oggi l’hub centrale europeo per l’assemblaggio, la manutenzione, la costruzione e il supporto degli F-35 del Vecchio continente e non solo. A marzo, infatti, anche un F-35A del 495° squadrone di caccia della US Air Force è atterrato a Cameri per la manutenzione, la prima programmata di un F-35A americano di stanza in Europa (Usafe) presso le strutture della base aerea in Piemonte. Un evento che ha testimoniato la centralità del centro per i caccia di tutti i partner del programma.

Un caccia che, tra l’altro, si configura come sempre più “europeo”, dal momento che sono già tredici i Paesi del Vecchio continente che usano (Belgio, appunto, Danimarca, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia e Regno Unito) o hanno ordinato (Repubblica Ceca, Finlandia, Germania, Grecia, Romania e Svizzera) i velivoli della Lockheed Martin, a cui potrebbe in futuro aggiungersi anche la Spagna. Una tendenza che porterà nel 2035 ad avere oltre seicento F-35 dislocati sul continente europeo nelle basi dei paesi membri della Nato e in Svizzera, con più della metà delle forze aeree europee dotate di F-35.

L’Italia ha partecipato al programma F-35 fin dall’inizio e l’Aeronautica militare e la Marina militare utilizzano attualmente gli aerei in versione convenzionale (versione A) e a decollo corto e atterraggio verticale (versione B). Inoltre, Cameri produce anche gli F-35A per le forze aeree dei Paesi Bassi, un ulteriore elemento che potrebbe aver convinto i belgi a seguire le orme dei vicini.

La scelta dei governi del Vecchio continente di affidarsi al caccia di quinta generazione discende sicuramente dalla necessità di dotarsi di equipaggiamenti militari all’avanguardia nel mutato contesto geostrategico globale, a partire dalla minaccia rappresentata dalla Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Ma al di là delle prestazioni dell’aereo, è proprio la sua diffusione tra le aeronautiche europee a renderlo un asset vantaggioso per le Difese nazionali. Sempre di più, infatti, la deterrenza e la dissuasione si baseranno anche sulla velocità e rapidità di schieramento dei mezzi e sulla facilità di manutenzione e gestione. Condividere lo stesso modello di aereo, infatti, significa che piloti e personale di terra sono in grado di operare immediatamente anche su macchine di Paesi diversi. Schierare una squadriglia di F-35 in un Paese che li ha già riduce la necessità di spostare anche specialisti e pezzi di ricambio, perché presenti sul territorio ospitante. Si creerà così una rete di nazioni in grado di esprimere un potere aereo coeso e rapidamente proiettabile, fatto di tecniche, procedure e tattiche in comune.

Anche l’Italia si prepara a rafforzare la propria flotta di F-35 con 25 nuovi velivoli, come previsto dal Documento Programmatico Pluriennale (Dpp) 2024-2026. Si tratta della terza fase del programma, che porterà la flotta italiana di F-35 a un totale di 115 unità. Dei nuovi velivoli, quindici saranno in variante convenzionale F-35A, mentre dieci saranno in configurazione a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl), F-35B, suddivisi equamente tra l’Aeronautica e la Marina. L’investimento complessivo ammonta a sette miliardi di euro, comprensivi dei costi di aggiornamento periodico e del supporto logistico fino al 2035.

L’acquisto degli F-35 si inserisce in una più ampia strategia di rafforzamento delle capacità militari italiane. L’adesione al programma Joint strike fighter (Jsf) ha consentito all’Italia di sviluppare una delle forze aeree più avanzate d’Europa, in grado di operare su scala globale. La doppia transizione in atto – che da un lato modernizza i sistemi legacy come l’Eurofighter Typhoon e dall’altro integri assetti di nuova generazione come l’aerocisterna Kc-767A e l’E-550 Caew, il più avanzato sistema multisensore con funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazione in servizio presso le forze aeree europee, dimostra la volontà del Paese di consolidare il proprio ruolo all’interno della dimensione aerea. L’integrazione degli F-35B sulla portaerei Cavour e la partecipazione alle esercitazioni multinazionali testimoniano ulteriormente la capacità italiana di costruire uno strumento di proiezione aerea (all’occorrenza supportato dalla dimensione navale), capace di estendere l’operatività delle nostre Forze armate a lungo raggio e nei partenariati internazionali.

Lockheed operativa

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