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Sembrano lontani anni luce i tempi in cui il candidato premier del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, tuonava contro Renzi per aver svenduto asset strategici come Snam e Terna ai cinesi, attraverso il loro ingresso nella holding di Cdp Reti. Al governo la prospettiva cambia e sarebbe ridicolo fingersi ingenui dal non capirlo. Era quindi prevedibile che il Dragone riuscisse a fare breccia nella nuova classe dirigente e tanto più potendo contare su un ambasciatore speciale quale Michele Geraci, sottosegretario al commercio internazionale ed esperto di Cina, stimato sia da Salvini che da Beppe Grillo.

Proprio i pentastellati vogliono scommettere su questa relazione speciale. Di Maio ha istituito una task force dedicata presso il suo ministero ed ha appena concluso una visita in Cina promettendo di tornarci fra poche settimane, a novembre. Il suo obiettivo è legato alla natura del suo stesso portafoglio ministeriale: lo sviluppo economico. Lo spiega lo stesso vicepremier in un’intervista alla televisione internazionale cinese Cgtn. “Ci sono aspettative enormi delle nostre aziende, dei rapporti che instaureranno e hanno già instaurato con la Cina e con le aziende cinesi, con lo Stato e con il governo cinese. Io sono qui per sostenere il nostro made in Italy, il nostro Dna, le cose ben fatte, la cultura e il valore degli investimenti” afferma Di Maio.

In questa direzione va anche la task force italiana creata un mese fa in Cina dal sottosegretario Michele Geraci. L’obiettivo, sostiene “è quello di sviluppare i rapporti fino a che il progetto della ‘belt and road iniziative’ possa andare in porto con la fine del negoziato. Stiamo individuando i campi di intervento per una Via della Seta aeronautica, una Via della Seta culturale, terrestre, marittima. Una serie di campi in cui vogliamo fare partnership con la Cina, sia government verso government sia business verso business”.

Un grande entusiasmo dunque verso l’ambizione egemonica espressa dal presidente Xi che non tiene conto delle preoccupazioni occidentali e soprattutto americane. Un neo imperialismo cinese attraverso le infrastrutture e la tecnologia il cui rischio è fortemente sottovalutato. Dovunque nel mondo si guarda allo sviluppo del 5G come innovazione abilitante che farà la differenza e che di conseguenza segnerà la frontiera della sicurezza delle comunicazioni. Alcuni paesi hanno già adottato provvedimenti per tenere fuori i player del Dragone come Huawei e Zte. Non in Italia.

Dove il governo Renzi ha aperto le porte senza che il nuovo esecutivo gialloverde cambiasse registro. Anzi, è Huawei a farsi avanti come soggetto chiave del 5G nel nostro Paese organizzando un summit che si terrà il 28 settembre e che vedrà la presenza di rappresentanti istituzionali tutti, sorprendentemente, del Movimento 5 Stelle. Il presidente della Camera Roberto Fico, la parlamentare Mirella Liuzzi, la sindaca Virginia Raggi ed il consigliere di Di Maio e titolare del dossier Tlc Marco Bellezza. Un monocolore a testimoniare l’attenzione specialissima del nuovo establishment verso i cinesi. Il partito di Davos che ha ormai in Xi la sua stella più luminosa può tirare un sospiro di sollievo.

L'irresistibile attrazione del Movimento 5 Stelle per la Cina (che ricambia)

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