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Era la primavera scorsa quando la Cina decise di giocare ancora una volta la carta dei bond per provare a risollevarsi e ridare slancio a un’economia costantemente anemica. In quell’occasione, Pechino decise di tornare prepotentemente sul mercato obbligazionario con un maxi collocamento di titoli di Stato, evento piuttosto raro e con potenziali implicazioni positive sia per il Dragone, sia per l’economia mondiale. Si partiva con scadenze a 20 e 30 anni e persino 50 anni), per un totale di mille miliardi di yuan, circa 130 miliardi di euro. Tutto per finanziare la ripresa.

Tutto bene? Nemmeno per sogno. Perché c’è un rischio, forse non calcolato: una bolla del debito. Un film già visto con il mercato immobiliare, con migliaia di case e quartieri realizzati in pochi anni ma rimasti invenduti, con ripercussioni disastrose sui prezzi delle abitazioni. Ora il canovaccio potrebbe ripetersi. I piani della Cina peri emettere miliardi di dollari in titoli di Stato prima della fine dell’anno, potrebbero infatti portare a una correzione del prezzo dei titoli stessi, facendo scoppiare quella che alcuni hanno definito una bolla sul mercato.

Tradotto, la valanga di titoli emessi potrebbe innescare una corsa al rialzo dei rendimenti, facendo lievitare la spesa per gli interessi per il governo. E, qualora la bolla scoppiasse, si andrebbe incontro a enormi svalutazioni, con conseguenze nefaste per le banche, i cui bilanci sono pieni zeppi di bond sovrani. Non è certo un caso che la Pboc, la Banca centrale cinese, abbia ordinato stress test sugli istituti, proprio per verificarne l’esposizione alle obbligazioni.

Ora, i dati ufficiali indicano che a luglio il governo aveva ancora emesso poco più della metà della quota pianificata per il 2024. Ma sembra comunque essere abbastanza. “Quando queste emissioni obbligazionarie governative e locali esplodono alla fine dell’anno, la possibilità di un’inversione significativa dei rendimenti è molto alta”, hanno rivelato fonti vicine alla Pboc interpellate dal Financial Times.

D’altronde, le prospettive economiche sottotono e la debolezza del mercato azionario hanno spinto gli investitori, comprese le banche cinesi, ad accumulare obbligazioni governative, suscitando preoccupazioni tra i regolatori.  Il timore è di assistere a un nuovo caso Silicon Valley Bank. Allora fu la Federal Reserve che, aumentando i tassi, portò a una svalutazione dei titoli e dei prodotti finanziari venduti dalla banca, causando enormi perdite. Qui il rischio è la bolla, ma il risultato sarebbe uguale: una perdita di valore dei bond sovrani, con conseguenti buchi nei conti degli istituti. Tutto questo a Pechino lo sanno?

 

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