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Pur rappresentando Pechino solo il terzo interessato agli sviluppi del rapprochement tra Stati Uniti e Russia, tuttavia è dalla stampa riferibile al Partito Comunista Cinese, in particolare il Global Times, che si riesce a cogliere con maggior chiarezza l’elemento strategico sottostante alla vicenda in questione, vale a dire il tentativo da parte americana, comunemente definito ‘reverse Kissinger’ o ‘reverse Nixon’, di attrarre a sé Mosca in funzione anticinese.

È di qualche giorno fa un editoriale, a firma dell’analista americano di base a Mosca Andrew Korybko, in cui si mette in guardia gli Stati Uniti dal perseguire tale scopo perché inevitabilmente destinato all’insuccesso, stante il rapporto di amicizia ormai pluridecennale tra Mosca e Pechino testimoniato, tra l’altro, dai numerosi fora (Brics, Shanghai Cooperation Organization) compartecipati da entrambi e dalle alleanze strategiche portate avanti nel corso degli anni.

Lo stesso autore, inoltre, intende confutare la tesi secondo cui al riavvicinamento russo-americano possa anche solo in astratto seguire un corrispondente distacco della Russia dalla Cina, sostenendo che, mentre il rapporto tra Stati Uniti e Ucraina è di subalternità della seconda ai primi, quello tra le altre due superpotenze è di parità. Curiosamente, però, a essere negato non è il rapporto di subalternità contingente, ossia legato alle difficoltà incontrate da Mosca nel teatro europeo, della Russia alla Cina, quanto quello inverso. La Russia – si sostiene volendo più che altro veicolare un ammonimento – diversamente dagli Stati Uniti con l’Ucraina, non è in condizione di costringere la Cina a fornire concessioni a Washington né vorrà sacrificare i propri interessi distanziandosi da Pechino come conseguenza del rapprochement.

Il proposito di impedire che i due immediati rivali si coalizzino, del resto, è stato apertamente dichiarato dallo stesso Presidente americano il quale, autodefinitosi ‘studente di storia’ e dimostrando padronanza delle categorie fondamentali della geopolitica, ha evidenziato che l’amicizia tra i due Paesi è un fatto innaturale trattandosi di realtà confinanti e rappresentando, l’uno, lo Stato più esteso al mondo ma con una popolazione relativamente piccola e confinata nella parte europea, l’altro, quello più popoloso ma racchiuso in uno spazio ristretto, sottintendendone quindi la naturale propensione all’espansione nell’estero vicino (e spopolato). Il tutto nel corso di una recente intervista a Laura Ingraham di Fox News, cui illustrava la scelta della scrivania dello Studio Ovale che fu di Ronald Reagan e di John F. Kennedy, famosa per la foto in cui compare anche il figlio di quest’ultimo John John, amico personale di Trump e secondo lui ‘destinato a diventare un grande Presidente’ se non fosse mancato prematuramente.

È sempre il Global Times, a firma di Ma Ruiquian, ad esaminare con spietata lucidità anche il momento drammatico che sta vivendo il Canada nell’attuale temperie. Nel commentare gli ulteriori dazi recentemente imposti da Ottawa a Pechino, l’articolista evidenzia con sarcasmo che, se il fine era quello di ammansire gli Stati Uniti e di placarne l’ira nei confronti del vicino settentrionale, tali misure hanno invece sortito l’effetto non soltanto di causare la ritorsione di Pechino bensì ma anche di rafforzare la retorica americana sul 51° Stato.

Viene così messa a nudo in tutta la sua tragicità la condizione di chi, dovendo registrare che la propria soggettività geopolitica è relegata in spazi angusti, si trova a dover compiere scelte dagli esiti comunque incerti e subottimali, perché una manovra di avvicinamento all’avversario strategico della superpotenza di riferimento per guadagnare leva nei suoi confronti deve essere chiara e inequivoca – un ‘risveglio strategico’, secondo la definizione del Global Times – anche se ciò comporta esporsi a ritorsioni direttamente proporzionali alla percepita serietà dell’intento; viceversa, rimanere nella sfera di influenza originaria sembra non garantire più la sicurezza di cui si godeva in passato, con ogni opzione intermedia destinata a rimanere preclusa.

È una lezione che dovrebbe trarre la gran parte degli Stati dell’Europa occidentale ed orientale, troppo spesso tentati, a livello sia di opinione pubblica che di leadership, dal far ricorso a formule che trovavano una giustificazione, più che altro narrativa, nel precedente assetto geopolitico del continente ma che si dimostrano slegate dalla nuova, reale configurazione di cui i toni ruvidi del Presidente americano rappresentano solo il racconto brutale ma non la causa. Il nostro Paese su questo non fa eccezione, anzi.

Un’ultima considerazione sullo stato dei rapporti euroatlantici e, di riflesso, su una delle poste in gioco più sottaciute della distensione russo-americana. In un’intervista al podcaster Mario Nawfal di qualche giorno fa, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, con inaspettato candore espositivo, dichiara che il valore che ha l’Ucraina per la Russia non è comparabile a quello che ha la Groenlandia per Washington, con ciò rivelando che l’esplicito espansionismo americano nel suo quadrante settentrionale accompagnato dal rafforzamento del presidio a meridione fa effettivamente parte della trattativa. Ciò spiega, del resto, il paradosso dell’assenza di reazioni ufficiali russe, se non a livelli non governativi e comunque in senso favorevole al negoziato, alle mosse degli Usa nel continente di appartenenza.

Quasi in una replica degli accordi del Dopoguerra con cui, a fronte di una garanzia assoluta di sicurezza sul bassopiano sarmatico, Washington raccoglieva le spoglie dell’ex Impero britannico col beneplacito russo, ottant’anni dopo, in cambio di un’analoga, anche se più blanda, garanzia, gli Stati Uniti mirano al salto dimensionale quantico che farebbe di loro uno Stato esteso tanto quanto, se non più della Russia. In che condizioni quest’ultima arrivi, al di là della retorica, alla trattativa è a questo punto facilmente intuibile.

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