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Caos, scontri e paura. A Tripoli un missile Grad colpisce un hotel situato a poche centinaia di metri dall’ambasciata italiana guidata da Giuseppe Perrone. L’obiettivo, secondo il The Libya Times, era proprio al sede della diplomazia italiana in Libia. Un secondo missile, invece avrebbe dovuto colpire l’ufficio del primo ministro libico, atterrando invece su una casa privata. Il sito informativo libico al Wasat sarebbero rimasti feriti tre civili locali.

Il portavoce del servizio di soccorso e urgenze, Osama Ali, ha dichiarato: “Un colpo di mortaio si è abbattuto sull’hotel Al-Waddan, nel centro di Tripoli, provocando tre feriti fra i civili dopo la violazione del cessate il fuoco”. Nessuno del personale dell’ambasciata è stato coinvolto, dunque, ma non per questo la situazione si prospetta più rosea. E mentre anche l’unico aeroporto di Tripoli veniva chiuso a causa dei combattimenti, e anche i governi di Italia, Francia, Regno Unito e Usa in Libia annunciavano con un comunicato congiunto la loro preoccupazione, condannando l’escalation da Parigi arriva comunque la stilettata a Roma.

Secondo il sito francese Africa Intelligente, infatti, l’ambasciatore Perrone sarebbe pronto a lasciare la Libia: “L’Italia è pronta a sacrificare Perrone per fare un piacere ad Haftar”, si legge. Notizia prontamente smentita dalla Farnesina che ha specificato invece come l’ambasciatore sarà al centro della Conferenza di Roma di novembre.

Intanto, nonostante il tentativo di mantenere la tregua e il viaggio a Tripoli dell’inviato speciale Onu Ghassan Salamè e dell’incaricato d’affari americano, Stephanie Williams per discutere la situazione attuale del capitale e la necessità di mantenere e rafforzare il cessate il fuoco, il numero delle vittime delle violenze degli ultimi giorni è salito, secondo un bilancio provvisorio, a 39 morti e 119 feriti. In ogni caso, nuovamente, la Commissione per la riconciliazione, composta da rappresentanti di Tarhuna, Misurata, Zawiya, Tripoli e Zintan, ha annunciato l’accordo per una nuova tregua, il terzo in quattro giorni.

L’intesa prevede, inoltre, che si tenga una nuova riunione venerdì prossimo per “allentare le tensioni tra i gruppi in conflitto e cementare il processo di riconciliazione”. Anche se, tuttavia, la Settima brigata di Tarhuna, una delle protagoniste degli scontri, ha fatto presente che non rispetterà la tregua e continuerà a combattere fino a quando “Tripoli non sarà ripulita dalle milizie”.

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