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…Essendo nato nel 1967 io non ho conosciuto la Chiesa preconciliare. L’unica Chiesa che conosco è quella in cui sono nato e cresciuto, cioè quella del Vaticano II. E vi dico subito che a me sta più che bene questa, di Chiesa. Era meglio quella di prima? Non lo so, e non mi interessa. Mi interessa molto di più, invece, parlarvi del Concilio e dei suoi frutti sia perché la cosa ci riguarda direttamente…; sia, e soprattutto, perché ancora oggi sul Concilio è in circolazione una narrazione tossica e fuorviante che ne ha completamente falsato la percezione e compromesso la corretta comprensione e ricezione. Ridotta all’osso, tale narrazione dice due cose.

La prima: il Vaticano II è stato un Concilio di “rottura” rispetto al passato, rispetto cioè alla Chiesa tridentina, laddove “rottura” sta a significare che le innovazioni introdotte hanno creato una frattura, appunto, tra il prima e il dopo, dalla quale è uscita una Chiesa diversa, una Chiesa radicalmente cambiata. La seconda: è a causa di tale rottura che è venuto giù tutto. In tale ottica il Concilio, principalmente a motivo del suo carattere pastorale, viene visto come la causa remota di tutti i mali che affliggono la Chiesa da oltre mezzo secolo a questa parte, inclusa la crisi attuale in cui versa il cattolicesimo…

Quanto al primo aspetto, la tesi del Concilio come “rottura” o “discontinuità” accomuna tanto gli ambienti cosiddetti “progressisti” quanto quelli “tradizionalisti” (uso queste categorie ormai superate al solo scopo di semplificare); a cambiare è la valutazione e il giudizio che viene dato sul significato di tale rottura. Per i primi si è trattato di un fatto indubbiamente positivo; la rottura operata dal Concilio Vaticano II è stata anzi assolutamente salutare in quanto ha rappresentato l’ingresso della Chiesa nella modernità, l’avvento della stagione del dialogo, l’abbandono dell’atteggiamento da “stato d’assedio” nei confronti di un mondo che evolve, cambia, e che perciò richiede un costante adattamento della dottrina, della morale, della liturgia, del modo stesso di essere Chiesa ai tempi nuovi che si hanno davanti. Di segno diametralmente opposto è la valutazione che della rottura danno i settori cosiddetti “tradizionalisti”, giudicata negativamente dal momento che per essi l’unica e vera Chiesa è quella plasmata dal Concilio di Trento.

Da qui la condanna senza appello del Vaticano II per aver causato lo smottamento e la crisi che ne è seguita e che è arrivata fino a noi, ciò che rappresenta il secondo aspetto della narrazione da cui siamo partiti. Qual è il problema? Il problema è che si tratta, come ho detto prima, di una narrazione tossica e fuorviante. E non una, ma due volte. E siccome io mi sarei anche scocciato di sentirla, ho deciso che almeno voi dovete sapere come stanno le cose. È tempo di mettere qualche punto fermo. Cominciando con il ribadire un concetto per altro già ampiamente evidenziato da autori molto più autorevoli del sottoscritto, il fatto, cioè, che il Concilio Vaticano II non ha rotto un bel nulla…

Esso ha rappresentato piuttosto, allo stesso tempo, il punto d’arrivo e il punto di partenza di un processo di rinnovamento nella Chiesa inteso nel suo senso più genuino: quello, cioè, di un rinnovamento nella continuità.

Rinnovamento nella continuità. Il Concilio Vaticano II raccontato da Del Pozzo

Di Luca Del Pozzo

Il Concilio Vaticano II ha rappresentato il punto d’arrivo e il punto di partenza di un processo di rinnovamento nella Chiesa inteso nel suo senso più genuino: quello, cioè, di un rinnovamento nella continuità. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto dell’introduzione del volume Il Concilio Vaticano II spiegato ai miei figli, Cantagalli, di Luca Del Pozzo, in uscita il 21 marzo

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