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Il ping pong di dazi che si profila tra una sponda e l’altra dell’Atlantico divide imprenditori europei e americani. Donald Trump ha scagliato la prima pietra con le restrizioni alle importazioni di acciaio e alluminio. L’Europa ha risposto: un dazio del 25% su una lista di prodotti made in Usa. Partita finita? Tutt’altro. Trump è un businessman, mai scordarlo, e i businessmen di successo non hanno paura di rilanciare, tanto più se credono di avere una buona mano. Così martedì ha solennemente promesso vendetta su twitter: “Stiamo finendo il nostro studio sulle tariffe da applicare alle auto dall’Unione Europea […] non ci vorrà molto”. Adesso non si scherza più, c’è il rischio di passare dalle parole ai fatti. Un gigante dell’automotive come Harley Davidson, che ha molto da perdere dai dazi europei, ha già annunciato di voler spostare una parte della sua produzione all’estero mandando il presidente Usa su tutte le furie. È l’unico dei grandi produttori che al momento ha preparato le valigie. L’A.d di Fca Claudio Marchionne ha invece risposto con una scrollata di spalle fra lo stupore generale. “Capisco politicamente la posizione di Trump, non è la fine del mondo” ha chiosato il manager italiano.

Se la reazione del mondo imprenditoriale ai tamburi di guerra commerciale è frammentata, non da meno è il dibattito fra i più grandi economisti dell’una e l’altra riva. Gli uni condannano in toto il protezionismo e bollano le minacce di Trump come pure provocazioni, gli altri sposano la linea Marchionne e sperano che il presidente Usa sia disposto a frenare in cambio di qualche rassicurazione. Formiche.net ha attinto da quella fucina di idee che è stata la convention romana di Villa Mondragone presieduta da Luigi Paganetto per mettere a confronto due eminenze dell’economia internazionale. Dominick Salvatore e Jean-Paul Fitoussi, l’uno americano, di origini piemontesi, l’altro tunisino di nascita, ma fieramente francese ed europeo. Il primo autore del più venduto (e copiato) libro di economia internazionale al mondo. Il secondo presidente del Consiglio scientifico della prestigiosa Sciences-Po, consigliere (in veste ufficiale e non) e amico di Lionel Jospin, François Mitterand e Emmanuel Macron. Entrambe vecchie conoscenze di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Onu.

Salvatore e Fitoussi si conoscono e stimano da troppi anni per litigare, anche su un tema così divisivo. Però non c’è dubbio che abbiano due letture molto diverse delle scintille in corso fra Washington e Bruxelles. “Il protezionismo è una guerra fatta con altri mezzi, nessuno ci guadagna perché tutti dispongono delle stesse armi.” spiega ai nostri microfoni il professore francese scuotendo la testa. Per Fitoussi Trump sta rilanciando nella porta sbagliata, la sua. “Questa politica commerciale danneggia soprattutto gli Stati Uniti”, dice. “Danneggerebbe anche l’Europa se questa rimanesse passiva, ma non ha alcuna ragione per farlo. L’Europa ha già dimostrato con i negoziati per la Brexit di avere almeno una qualità: la tenacia. Se Trump va fino in fondo il contraccolpo europeo può, anzi deve essere pesante”. Poi l’economista si fa scuro in volto. “Per il momento non ci saranno gravi conseguenze. Ma se Trump estenderà i dazi a Cina e Giappone allora una guerra commerciale mondiale non è poi così lontana”.

Dominick Salvatore rimane invece prudente. Conosce Trump di persona, sa (e in fondo spera) che la sua è una strategia volta a un riequilibrio commerciale che, numeri alla mano, non sembra né folle né tantomeno illegittimo. Eccola spiegata: “Il suo ragionamento è semplice. Non giochi secondo le regole? Minaccio di mettere i dazi. Continui? Applico i dazi. Rilanci imponendo dazi agli Stati Uniti? E io raddoppio”. Precisiamo, Salvatore non è certo un fan del protezionismo. Altrimenti non avrebbe firmato una lettera di più di 1000 economisti (c’è anche l’italiano Alesina) per mettere in guardia Trump dal ritorno della Grande Depressione. Ha provato, senza successo, a spiegare all’amministrazione Trump la follia di abbandonare un accordo di libero scambio come il Tpp, o di tirare la fune fino a strapparla con il Nafta, l’accordo che dal 1994 unisce Usa, Messico e Canada.

Però questa è un’altra partita. “Trump sta minacciando una guerra commerciale per far sì che si torni a un sistema funzionante, dove chi viola le regole viene portato immediatamente davanti al Wto” (World Trade Organization, ndr). “Sinceramente spero che ci riesca” prosegue il professore della Fordham, prima di bacchettare il Vecchio Continente: “L’Europa non ha spina dorsale, non ha mai preso posizione sugli squilibri commerciali. Solo di recente ha avuto il coraggio, e me ne compiaccio, di portare la Cina davanti al Wto”. È presto per cantare vittoria. La giustizia internazionale cede quasi sempre il passo alla realpolitik, e alla legge del più forte. “Passano dieci anni prima di un verdetto. In America abbiamo un detto per questo: justice delayed is justice denied”.

E l’Italia? Può giocare la sua partita nello scontro fra Europa e Usa? Entrambi gli economisti rispondono senza esitazione con un sì. Dopotutto non è con Roma che Trump vuole regolare i conti, ma con Berlino. “Certo, l’Italia non ha interesse in una guerra di dazi, ma la Germania rischia più di tutti” asserisce Fitoussi. “Oggi nel mirino degli americani ci sono i tedeschi, esattamente come per molti anni ci sono stati i giapponesi”. Salvatore giunge alle stesse conclusioni: “La guerra commerciale di Trump non è contro l’Europa, ma contro il surplus tedesco”. Insomma, l’Italia ha tutto l’interesse, politico ed economico, di farsi portavoce delle istanze americane bussando alla porta di Berlino prima, e di Bruxelles poi. I lavori sono già in corso. La visita romana del consigliere di Trump per la Sicurezza Nazionale John Bolton ha lanciato un segnale chiaro anche su questo piano. Il governo Conte può aiutare Washington a spegnere la miccia prima che la guerra commerciale abbia inizio. Questa volta per davvero.

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