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“Affrettata”, “contenente gravi ostacoli alle libertà” e guidata da “un senso di urgenza”. La tormentata riforma europea del copyright torna a far discutere con l’approssimarsi del voto della commissione giuridica del Parlamento europeo sulle modifiche alle normative sul diritto d’autore, che dovrebbero entrare in vigore nei Paesi Ue. E i toni sono polemici. Si teme infatti che alcune disposizioni nelle proposte più recenti per la legge, nota come direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, penalizzino sia l’industria, sia i cittadini, lesi nella loro libertà di espressione.
Così, mentre il progetto di riforma del diritto d’autore a livello europeo prosegue il suo cammino, in molti invitano gli Stati membri dell’Ue a frenarlo. Una protesta trasversale fatta di lettere aperte, appelli e campagne promosse dai difensori dei diritti digitali riemersa recentemente sui principali siti europei e non, dalla Bbc a Breitbart News, il sito di informazione fondato da Steve Bannon, l’ex capo stratega della Casa Bianca.
Il voto con cui la Commissione Europea intende rendere le norme al passo con l’evoluzione tecnologica e i social network, inizialmente previsto per il 24 aprile, si terrà il 21 giugno.

L’ITER

La riforma è stata voluta dall’ex commissario all’Economia Digitale Gunther Oettingher, poi sostituito dalla commissaria Mariya Gabriel. Nel bel mezzo delle trattative Therese Comodini Cachia (Ppe), l’europarlamentare titolare del fascicolo per il Parlamento, ha lasciato Bruxelles perché eletta al parlamento maltese ed è stata sostituita dal collega di partito Alex Voss, molto più propenso ad accogliere la proposta della Commissione, che a raggiungere un compromesso come aveva cercato di fare nei mesi precedenti la collega maltese.

GLI ARTICOLI CONTESTATI

Al centro della bufera ci sono principalmente due articoli, gli stessi per i quali Voss ha espresso il suo appoggio alla Commissione: l’11, “Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale” e il 13 “Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiali caricato dagli utenti”.

COSA PREVEDE L’ARTICOLO 11

È stato ribattezzato Link Tax, la tassa sui link, o ancora meglio sugli snippet, ovvero le anteprime degli articoli composte da titolo, immagine e un sommario, che i social e gli aggregatori di news creano quando pubblicano un link. Alla base della riforma c’è la volontà di costringere i colossi del web come Google o Facebook a pagare agli editori una licenza per pubblicare i link ai loro articoli. Ecco perché: i social network guadagnerebbero alle loro spalle dalla condivisione dei contenuti, quindi senza dividere i proventi con gli editori, spesso privati anche dell’unico vero ritorno, visto che molti utenti potrebbero non arrivare al risultato sperato, ovvero quello di leggere gli articoli, ritenendo gli snippet spesso esaustivi.
Ma c’è di più. Si tratterebbe per gli editori di un diritto inalienabile, al quale non possono rinunciare, che lo vogliano o no. E così a sparire da social e aggregatori non sarebbero tutte le notizie ma soltanto quelle dei giornali europei. La norma non si applicherebbe al legittimo uso privato a fini non commerciali delle notizie, snippet compresi, ma questo discrimine lascia aperte molte interpretazioni. Adottata in Spagna e Germania, la legge non ha avuto esiti felici e ha portato come è facile intuire un calo di traffico a seguito della decisione di Google di chiudere il servizio Google News Spagna.

COSA PREVEDE L’ART 13

L’articolo 13 stabilisce che i fornitori di piattaforme “adottano misure per garantire il funzionamento degli accordi conclusi con i titolari dei diritti per l’utilizzo delle loro opere”.
La Bbc in un recente articolo spiega che secondo i più critici ciò richiederà, in effetti, che tutte le piattaforme Internet filtrino i contenuti messi in linea dagli utenti per verificare che non violino il copyright, cosa che costituirebbe un’eccessiva restrizione alla libertà di parola. Una campagna contro l’articolo 13 citata dall’emittente inglese – Copyright 4 Creativity – che sollecita gli utenti a scrivere ai loro eurodeputati prima del voto del 20 giugno, sostiene che le proposte potrebbero “distruggere internet per come lo conosciamo”. “Se l’articolo 13 della direttiva sul diritto d’autore dovesse essere adottato, imporrebbe un’ampia censura su tutti i contenuti condivisi online”, si afferma.
Il problema principale starebbe nell’algoritmo usato per filtrare i contenuti: “Purtroppo, mentre le macchine possono individuare duplicati di upload di canzoni di Beyonce, non possono individuare parodie, capire memi che utilizzano immagini con copyright, o giudicare ciò che le persone creative stanno facendo. Lo vediamo troppo spesso su YouTube”, ha dichiarato alla Bcc Jim Killock, direttore esecutivo dell’Open Rights Group del Regno Unito.
Breitbart News descrive i danni collaterali della normativa in questione, e parla di “leggi aggressive sul copyright online e misure di “censura diffusa”, che secondo i critici potrebbero strangolare i siti web dei nuovi media e soffocare la cultura della satira e del meme online”.
“Queste proposte causeranno gravi danni collaterali – rendendo molte abitudini quotidiane sul web e molti servizi che usate regolarmente assolutamente illegali, soggetti a tasse o, per lo meno, impantanati nell’incertezza giuridica”, si legge sul sito americano.

LA BATTAGLIA CON L’ART.11

Protagonista della lunga battaglia contro l’articolo 11 è Julia Reda, relatrice per l’assemblea di Strasburgo del dossier sulla riforma del copyright, europarlamentare del partito pirata tedesco, che insieme ad un gruppo trasversale di europarlamentari, (Marietje Schaake di Alde, Catherine Stihler di S&D, Isabella Adinolfi di M5S, Michał Boni di Epp e Dan Dalton di Ecr), ha pubblicato su YouTube un video che racconta i pericoli per la libertà d’espressione.
“Innumerevoli esperti, accademici e stakeholder hanno evidenziato come questa legge metta in pericolo diritti fondamentali e minacci internet stessa, i piccoli editori, piattaforme aperte come Wikipedia e l’intero sistema open source. Una delle sue proposte sulla tassa sui link è di adottare la stessa proposta che in Spagna ha fallito clamorosamente. Vuole obbligare i siti di news a farsi pagare una licenza per essere linkati, che lo vogliano o no. Questo comporterebbe la chiusura di servizi innovati e piccoli editori, visto il calo di traffico registrato in Spagna e sarebbe una catastrofe per la garanzia del pluralismo dei media in Europa”, ha scritto l’europarlamentare.

L’APPELLO

Più di 145 organizzazioni hanno firmato lo scorso aprile un appello in cui si chiede agli ambasciatori degli Stati membri dell’Unione di non affrettare il dibattito su questa riforma e di non dare alla Presidenza bulgara il mandato di negoziare con il Parlamento.
Tra i firmatari citati dal sito francese Numerama vi sono enti francesi, come il Conseil national du logiciel libre (Consiglio nazionale del software libero), Wikimédia France, Syntec Numérique e April. L’azione è sostenuta anche da organizzazioni europee o internazionali, come Creative Commons o Electronic Frontier Foundation, una potente organizzazione che si dedica alla difesa delle libertà in ambito digitale.
I firmatari considerano questa riforma del diritto d’autore “affrettata”, “contenente gravi ostacoli alle libertà” e guidata da “un senso di urgenza artificiale creato dalla presidenza bulgara”.

 

Foto: License: Creative Commons 3 – CC BY-SA 3.0
Attribution: Alpha Stock Images – http://alphastockimages.com/
Original Author: Nick Youngson – http://www.nyphotographic.com

Fermi tutti, la riforma Ue del copyright non funziona. Ecco perché

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