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La corte Costituzionale con l’impeccabile sentenza del 9 aprile ha messo una pietra tombale sul tormentone del terzo mandato dei presidenti di regione e, sulla scia, anche dei sindaci, stroncando la fragile trama leguleia che la legge regionale campana aveva allestito per aggirare la norma nazionale.

Esito, dunque, coerente in punto di diritto, che serve anche a riflettere sullo stato dell’arte del rapporto tra rappresentanza e popolo sovrano.

Al netto dell’articolato impianto giuridico della sentenza, la suprema magistratura esprime considerazioni agevolmente interpretabili da ogni cittadino che abbia voglia di volgere lo sguardo ai processi democratici nel nostro paese.

In sostanza ciò che caratterizza oggi l’esperienza del presidente delle giunte regionali italiane è l’investitura elettorale di tipo plebiscitario che corrisponde al drastico ridimensionamento di ruolo delle assemblee elettive parallelo al rafforzamento del monocrate al potere.

Ciò che ne è derivato è dunque qualcosa di diverso dal primus inter pares dei municipi e delle regioni così come erano concepiti prima delle riforme elettorali degli anni ‘90, costruendo, nel vuoto della politica, nella figura dei sindaci e dei presidenti di regione degli attrattori di potere più simili all’amministratore delegato di una spa piuttosto che il centro d’imputazione politica di un’istituzione rappresentativa.

Se guardiamo, infatti, l’ordinamento comunale, troviamo un sindaco che nomina la sua giunta scegliendo privati cittadini ed eletti nel consiglio municipale di suo gradimento ma impedendo per questi ultimi di mantenere il ruolo di rappresentanza in assemblea, e conseguentemente regredendone la figura a mero collaboratore-protesi del primo cittadino, rimovibile senza battere ciglio.

Quanto alle assemblee comunali, ormai sono destinate, fuori dal rito dell’approvazione dei bilanci, al ruolo di mera ratifica delle decisioni assunte dal primo cittadino.

Figurarsi che succede a livello del capo della giunta regionale, titolare di potestà simili nella confezione dell’esecutivo ma, soprattutto, deus ex machina di una mappa articolata di centri di potere nel labirintico intrico di società partecipate o direttamente afferenti al pubblico locale.

Da qui allo status di satrapo (governatore delle province nell’antico impero persiano) è un passo, anche perché la diserzione delle urne, ormai ridotta spesso ad assai meno del 50% negli enti locali, valorizza il voto organizzato in modo clientelare.

Dunque il limite dei due mandati che in passato, prima delle riforme che portarono alle investiture dirette, poteva apparire un’assurda limitazione, oggi acquista un senso diverso e una sua ragione, per evitare che le derive populistiche sempre in agguato in un ordinamento elettorale che le favorisce e non le contrasta, trovino una più agevole incarnazione in un sistema che consenta la perpetuazione del caudillo (il capo assoluto nel regime dittatoriale spagnolo, come Francisco Franco) al potere.

Per questo, dunque, un principio francamente limitativo della libertà politica- il limite posto all’eleggibilità di un candidato al terzo mandato- può diventare necessario in un clima generale che agevola e non contrasta incrostazioni di potere letali per la necessaria dialettica politica che è alla base della democrazia.

Ma restando in tema, una domanda resterebbe ancora per aria senza risposta: quando qualcuno, lassù, deciderà di guardare all’obbrobrio delle liste bloccate per le elezioni dei legislatori sarà sempre tardi.

Da quasi vent’anni, infatti, è caduta in disuso la possibilità di scegliere l’eletto in parlamento da parte dei cittadini.

Scelta rimessa ai caudilli delle liste bloccate. E non è meno grave.

Bisogna che a prendere in causa la questione sia qualcuno lassù, ovviamente, perché a scendere un pochino e a fermarsi quaggiù, a livello del parlamento non funziona: avete mai visto qualcuno che taglia il ramo su cui è seduto?

Phisikk du role - Terzo mandato e sentenza della Corte. Oltre il velo leguleio

Il limite dei due mandati che in passato, prima delle riforme che portarono alle investiture dirette, poteva apparire un’assurda limitazione, oggi acquista un senso diverso e una sua ragione, per evitare che le derive populistiche trovino una più agevole incarnazione in un sistema che consenta la perpetuazione del caudillo al potere. Il commento di Pino Pisicchio

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