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Il 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, vuole rendere, lo ripete continuamente, l’America “great again”. E quindi vuole, prima di tutto, reindustrializzare il suo Paese. Che è, infatti, il campione mondiale, oggi, della perdita di imprese produttive, manifatturiere o del secondario. La nascita di un Paese che consuma senza ormai produrre molto, gli Usa, si è materializzata all’inizio negli anni di Reagan, ma è continuata rapidamente con i Presidenti successivi. Per esempio, la forza-lavoro industriale americana, alla fine degli anni ’60, era almeno il 35% del totale degli occupati, oggi siamo appena al 20%. Oltre 70.500 imprese con più di 500 addetti sono state definitivamente chiuse, negli Stati Uniti, dal 2001 ad oggi. Il Vangelo di Matteo, 4,1-11, chiarisce qui perfettamente la situazione della post-economia post-produttiva, se possiamo usare questa formula. Il maligno dice a Gesù Cristo, da molti giorni nel deserto, “se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi divengano pane”. Il Figlio dell’Uomo risponde al diavolo che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Ovvero Gesù, ottimo economista, spiega al maligno che non si deve modificare la Creazione e sostituirsi a Dio, ma occorre invece seguire la teoria smithiana, liberale e socialista, del valore-lavoro.

Senza la trasformazione, secondo le leggi della materia, della materia stessa, non vi è valore e quindi nemmeno prezzo. E che il solo lavoro, manuale o intellettuale, appunto, trasforma la materia, ma non la crea mai e quindi nemmeno la distrugge. Quindi si dovrebbero produrre solo quei beni e servizi che il mercato chiede davvero, senza inutili miracoli, che sono peraltro già tutti contenuti nell’essere così come esso è. Ma torniamo all’economia della potente e stabile deindustrializzazione nordamericana. Alcuni settori delle imprese Usa sono però ancora attivi, come quello dei semiconduttori e dell’elettronica, mentre l’abbigliamento, per esempio, malgrado il quasi raddoppio della popolazione statunitense dal 1950 ad oggi, è calato del 60%. Aumenta il lavoro, quando ciò accade, ad alto valore aggiunto, mentre tutte le lavorazioni a bassa incidenza di valore unitario sono, definitivamente, andate fuori dagli Usa (e dalla Ue, ma qui il discorso diviene politico, militare e strategico). Immediatamente prima della prima crisi da subprime del 2016, la produzione industriale Usa è caduta del 15%, è bene notarlo, e non è certo un caso. Per poi ricominciare a crescere, con molte differenze settoriali, di circa il 4% negli anni in cui gli Stati Uniti sono riusciti a trasferire armi e bagagli la loro crisi finanziaria altrove.

Ma torniamo alle fabbriche, che il Presidente ritiene necessarie per rendere l’America ancora great again, e alla specifica politica dei diritti di importazione e di export imposta, a tempi, solitamente record, dal Presidente Trump. Il 1 marzo 2018, infatti, il Capo della Casa Bianca ha annunciato che avrebbe imposto un diritto doganale del 25% sulle importazioni di acciaio dalla Cina e una ulteriore tariffa aggiuntiva, del 10%, sulle importazioni di alluminio, sempre provenienti dalla Cina. Bene, ma questo fa aumentare i costi di produzione proprio dei già citati settori nordamericani che ancora reggono la concorrenza mondiale, i quali, naturalmente, si rifanno sui clienti finali, aumentando i prezzi. Se vivi ancora come gli Usa, ma forse per poco, di manifattura elettronica e componentistica, l’aumento dei prezzi unitari alla fabbrica aumenta il prezzo finale e, quindi, restringe il mercato, interno o estero non importa. Ogni aumento di prezzo, comunque piccolo, fa diminuire la quantità di compratori di quel bene. Pareto ce lo ha insegnato fino alla noia. Ma evidentemente non era sufficiente. Poi, Trump ha annunciato, il 3 aprile u.s., che avrebbe imposto dazi ulteriori del 25% su altri 50 miliardi di importazioni cinesi per prodotti di elettronica, aerospazio, macchine utensili. Ovvero, Trump vuole far rallentare, paradossalmente ma non troppo, proprio quei settori produttivi che Pechino, nel suo Piano per il 2025, ritiene strategici per il futuro. La Cina ha prodotto in totale, nel 2017, 23,12 trilioni di Usd, calcolati per p.p.p., power purchasing parity. L’Ue è oggi solo seconda, a 19,9 trilioni, sempre calcolati a ppp. Nel 2016 era il primo produttore mondiale. Gli Usa sono ancora oggi solo terzi, con un prodotto annuale di soli 19,3 trilioni. Le pietre finanziarie non si trasformano in pane. La Cina, poi, ha, malgrado tutto, un reddito pro-capite di 16,600 Usd per anno, mentre il Pil annuale Usa per ogni cittadino è di 59.500 Usd. Pochi consumi interni, tutto per l’export, è il modello cinese che si è affermato dalle “Quattro Modernizzazioni” di Deng Xiaoping in poi; e che sopravvive solo in un ambito in cui tutte le variabili macroeconomiche non solo lasciate ad un qualche “mercato” con tutte le sue mani invisibili, ma a una autorità centrale. Ma la Cina è, proprio per questo, anche il maggior esportatore al mondo. Quindi comanda i mercati finali.

Nel 2017, ha spedito beni e servizi oltreconfine per 2,2 trilioni di Usd. Il 18% dell’export cinese prende oggi la via degli Usa. Il che contribuisce molto al deficit commerciale statunitense, che è oggi di 375 miliardi di Usd. La Cina, poi, è anche il secondo importatore mondiale, per un totale di 1,7 trilioni nel 2017. I meccanismi di interazione tra Pechino e Washington sono, comunque, ancora più complessi di quanto non si possa intuire da queste scarne cifre. La Cina, non a caso, è ancora il maggior detentore di titoli del debito pubblico Usa. A gennaio 2018, i cinesi detenevano 1,2 trilioni in titoli del debito pubblico statunitense, ovvero si tratta del 19% del debito pubblico americano che sia detenuto da investitori esteri. Un potentissimo leverage monetario, politico, strategico, perfino militare. Ovviamente, la Cina compra titoli Usa per sostenere il valore del dollaro, a cui è collegato lo yuan. Svaluta però la sua moneta (e quindi il dollaro Usa) quando occorre mantenere competitivi i prezzi cinesi. Se, quindi, gli americani vogliono aumentare il valore dello yuan, per favorire il loro export, la Cina minaccia al contrario di vendere immediatamente i suoi titoli del debito pubblico Usa. Tra il 2014 e il 2016, il dollaro è aumentato del 25% ma, dal 2005 e la Cina ha svalutato lo yuan. Esempio chiarissimo di pegging monetario aggressivo.

La questione dei comportamenti commerciali unfair della Cina è, poi, ormai annosa; ed è stata sollevata anche da molti candidati alle Presidenziali Usa. Il successo di Paulson, già segretario al Tesoro Usa, è stato infatti quello di far abbassare il deficit commerciale americano con la Cina, per chiedere successivamente l’apertura agli investimenti stranieri in settori-chiave di quell’economia asiatica. Come le banche, facendo quindi cessare, in alcuni casi, la prassi cinese del sussidio all’export e dei prezzi amministrati. Basta trattare con realismo e intelligenza e il confucianesimo cinese riesce a trovare tutte le soluzioni. L’altra faccia del miracolo cinese, però, è l’altissimo indebitamento delle imprese e delle famiglie, che è, naturalmente, ancora collegato all’equilibrio tra yuan e dollaro Usa. Ma qui basta il rallentamento programmato della crescita del Pil cinese, la limitazione all’export delle valute forti, il controllo dei salari e dei profitti. Ma torniamo ora ai dazi di Trump. Il presidente nordamericano ha, infatti, imposto queste nuove tariffe all’import cinese per costringere Pechino a rimuovere l’obbligo, da parte degli investitori stranieri, di cedere tecnologia e brevetti ai loro partner cinesi. Ma la Cina tratta molti prodotti, che potrebbe fare anche da sola, proprio perché vuole la totale apertura dei diritti di proprietà intellettuale occidentali per le proprie imprese. Pechino ha risposto a Trump, comunque, dopo poche ore, con un aumento del 25% dei dazi su 50 miliardi di Usd di esportazioni Usa verso la Cina. Il 6 aprile Trump ha ulteriormente risposto, affermando che richiederà l’imposizione di altri dazi su altri 100 miliardi, sempre per importazioni dalla Cina. Si tratta però solo di un terzo delle importazioni totali statunitensi dal Paese asiatico che, comunque, sta pensando di rispondere duramente a Trump aumentando stabilmente i dazi per tutti i prodotti Usa in entrata nei mercati cinesi. Ma l’altra faccia della questione tariffaria statunitense è, oltre ai rapporti con la Cina, quella della rinegoziazione del Nafta, richiesta ufficialmente da Trump il 16 agosto 2017. Il North American Free Trade Agreement è, ricordiamolo, il maggior accordo commerciale oggi operante al mondo, siglato da Canada, Usa e Messico. Trump vuole, prima di tutto, che il Messico tagli quasi integralmente l’Iva sulle importazioni dagli Usa e faccia cessare il programma delle maquiladoras, che sono delle fabbriche, in Messico, sempre di proprietà di investitori esteri, in cui si fanno assemblaggi o trasformazioni di componenti temporaneamente importati in quel paese in regime di duty free.

Il programma delle maquiladoras nasce nel 1965, per ridurre la colossale disoccupazione nelle regioni del Nord messicano, ma oggi sono almeno 2900 le fabbriche di questo tipo tra Messico e Usa, che producono il 55% dell’export messicano totale. Fanno soprattutto automobili e apparecchiature elettroniche di largo consumo. Proprio quei settori che Trump vuole, lo abbiamo visto, rivitalizzare. Ovvio che l’attuale Presidenza Usa voglia smantellare le maquiladoras al suo confine messicano, dove c’è il 90% di questa tipologia di impresa. Il Messico, con queste fabbriche speciali, fa concorrenza diretta ai lavoratori statunitensi, visto che la forza-lavoro locale centroamericana è molto meno cara. Con questa tecnica transfrontaliera di esternalizzazione produttiva, tra il solo 1994 e fino al 2010, 682.900 posti di lavoro Usa si sono trasferiti in terra messicana, con l’80% dei lavori Usa persi nel manifatturiero. Poi, ben 1,3 milioni di posti di lavoro nell’agricoltura messicana sono stati persi, sempre a causa del Nafta. Con la rimozione dei dazi tra Usa e Messico, infatti, quest’ultimo è stato inondato di prodotti agricoli Usa sottocosto e sovvenzionati dallo Stato. Il tutto avveniva mentre l’amministrazione centroamericana abbatteva i sussidi all’agricoltura, cosa che accadrà presto nella folle Ue, e concentrava il poco che rimaneva di aiuto di Stato per l’agricoltura alle grandi haciendas, distruggendo quindi i piccoli coltivatori. Masochismo liberale. Ma il Nafta ha anche molti vantaggi, per gli Usa. Senza l’accordo interamericano a tre, i prezzi degli alimentari nordamericani sarebbero significativamente più alti, mentre anche il petrolio e il gas, dal Messico e dal Canada, sarebbero molto più cari per il consumatore Usa. Come ci ha insegnato Carl Schmitt, la Dottrina Monroe statunitense (l’”America agli americani”) è stata creata soprattutto contro lo spazio europeo; ma gli accordi come il Nafta permettono di ripartire, almeno in parte, i benefici dell’aumento degli scambi in modo meno asimmetrico del solito, tra gli Usa, il Canada e il Messico. La primazia Usa teorizzata da Monroe, nel 1823 e poi rimaneggiata da Roosevelt, con il corollario omonimo del 1904 che affermava come “i comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata” vale anche sul piano economico. Ma siamo sicuri, oggi, che la nazione più civilizzata sia sempre quella del Nord? Il testo del Nafta è, per capire bene di cosa si tratti, lungo 2000 pagine, con otto sezioni e 22 capitoli. Da solo, vale oggi lo 0,5% del Pil Usa. Con un export nordamericano dentro questo accordo che ha creato ben 5 milioni di posti di lavoro dalla sua apertura ufficiale nei tre Stati che lo hanno implementato, con la creazione di 800.000 posti in più nei soli Usa. Ma sono stati anche persi, nei soli Stati Uniti, circa 750.000 altri posti di lavoro, grazie soprattutto ai trasferimenti delle attività nordamericane nelle maquiladoras messicane.

Un saldo leggermente attivo, quindi. Inoltre, il Nafta ha comunque garantito lo status di “nazione più favorita” a Canada e Messico, ha eliminato poi tutti i dazi e tariffe per i beni prodotti in uno dei tre Paesi aderenti, ha infine stabilito procedure certe di risoluzione dei conflitti commerciali tra le imprese di ogni Paese che lo compone. Ma, soprattutto, il Nafta permette agli Usa di competere meglio con i prodotti UE e cinesi, abbattendo i prezzi dei beni di area Nafta ovunque essi siano prodotti. Trump, comunque, ha minacciato, anche in questo caso, di uscire dal trattato commerciale interamericano e di imporre ai prodotti messicani importati un dazio del 35%. Per riportare gli investimenti nelle maquiladoras negli Usa, evidentemente. E’ utile tutto questo, anche nei confronti di una guerra commerciale evidente con la Ue, il Giappone e, come al solito, la Cina? Ma c’è, peraltro, abbastanza liquidità reale, negli Stati Uniti di oggi, per sostenere l’aumento dell’offerta che si viene così a creare, con il rientro in patria di tutte queste lavorazioni? Oppure si vuole far comprare tutto a debito, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare? O, magari, si tratterà di rispedire il surplus produttivo del Nafta nei mercati europei, cinesi e asiatici? E poi, per quanto riguarda un altro accordo commerciale multilaterale, il Trans Pacific Partnership, Trump ha dichiarato di voler procedere a una serie di nuovi rapporti unicamente bilaterali per il commercio, che il Presidente Usa favorisce molto rispetto a quelli multilaterali. Come ricordiamo, il Tpp vale per gli Usa e per altri 11 Paesi intorno all’Oceano Pacifico, ovvero Australia, Brunei, Canada, Cile, Malaysia, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, naturalmente gli Usa e infine il Vietnam. Tutti i Paesi elencati, insieme, valgono il 40% del Pil totale mondiale, che è oggi di 107,45 di trilioni annui in dollari Usa. Essi poi valgono oltre il 26% del commercio mondiale per anno e ben 793 milioni di consumatori globali.

Ovvio che non ci siano la Cina e l’India, dato che tutta l’architettura del Tpp è stata finalizzata a circondare, chiudere o almeno limitare la crescita dei due grandi Paesi asiatici. Trump vuole rinegoziare, naturalmente, anche il Tpp, che fino al 2025 dovrebbe aumentare gli scambi tra tutti i membri per un totale di 305 miliardi di Usd l’anno. Se Trump, quindi, se ne va dal Tpp, molti membri già guardano alla Cina per una sostituzione. L’idea del Presidente Usa è quindi quella di far crescere gli Usa, tramite questa ondata di vari protezionismi, di almeno il 6% l’anno, con un aumento delle tasse previsto e netto del 3%. Troppo. Si creerebbe inevitabilmente un’alta inflazione e il classico ciclo del boom-bust. Se l’economia cresce del 2-3% l’anno, il ciclo può espandersi quasi indefinitamente. Se, invece, c’è troppo denaro in cerca di troppo pochi beni da comprare, allora arriva sempre e comunque l’inflazione; e il boom si ferma di colpo. Invertendo di segno. E’ il momento del bust, la rapida riduzione dei salari, dei crediti, con aumento dei prezzi e degli interessi. L’idea, pericolosissima, di Trump è allora che gli americani, in un simile contesto monetario e economico, possano continuare a prendere in prestito tutta la liquidità che occorre perché, come egli ha detto recentemente, “noi non andiamo mai in default, perché noi stampiamo la nostra moneta”. Già, ma se si stampano troppi bucks verdi, salgono immediatamente i tassi di interesse e si bloccherebbe questa nuova edizione della supply-side economics di radice reaganiana.

E, alla fine, arriverebbe una gravissima recessione che, oggi, non sarebbe poi così facile esportare nei Paesi “amici”. L’area dell’uso del dollaro si è molto ristretta, ultimamente. Non è più così vero che, come disse un Governatore Usa della Federal Reserve ai suoi colleghi europei, 2il dollaro è la nostra moneta e il vostro problema”. Fino ad oggi, comunque, il Presidente Trump ha deciso 29 operazioni di deregolamentazione commerciale o finanziaria, oltre 100 direttive interne all’Amministrazione, altre 50 nuove norme sui mercati globali discusse dal Congresso. Il 3 febbraio 2017 il Presidente Usa ha, inoltre, deciso di riformare e quasi abolire la ratio del Dodd-Frank Wall Street Reform Act, con una normativa che riduce ulteriormente i controlli sulle banche, che non hanno più l’obbligo di inviare i dati al ministero del Tesoro sui prestiti concessi. Quelle poi con depositi della clientela minori di 10 miliardi di Usd non devono nemmeno adattarsi alla Volcker Rule, che proibisce alle banche di usare i depositi dei clienti per fare profitti. Non possono quindi detenere, le banche, hedge funds, private equity funds, e questo dal 2015. Ma oggi molti istituti di credito, con la riforma del Dodd-Frank, possono evitare queste strettoie e giocare alla roulette con i depositi della clientela. Era un modo, quello di Volcker e di Greenspan, per il nuovo legislatore Usa, di evitare l’implosione del sistema finanziario americano, dopo l’infausta fine del Glass-Steagall Act che durava benissimo dal 1933. Ricordiamo che il Glass-Steagall venne in vigore quando i rooseveltiani al potere decisero di imitare la normativa fascista, quella della nuova separazione tra banche di deposito e banche di affari o investimento. Le banche non volevano il Glass-Steagall perché volevano essere “competitive a livello internazionale”. E volevano creare denaro a piacimento, indipendentemente dal rapporto tra investimenti e raccolta. Abbiamo visto cosa è successo. Poi, Trump vuole abolire perfino il Dipartimento dell’Educazione e della Protezione Ambientale, con un aumento combinato della spesa militare che dovrebbe portare a un deficit pubblico totale di ben 577 miliardi di Usd.

Può quindi la Presidenza Usa, in questo nuovo contesto, evitare la pressione commerciale cinese e garantire inoltre che i lavori rimpatriati negli Usa dal Nafta, dalle trattative con il Giappone, dal Tpp e dal resto del sistema multipolare del commercio siano tali da sostenere il dollaro senza creare eccessiva inflazione? Peraltro, tutti gli studiosi del commercio internazionale sono d’accordo nel dire che non sono le semplici e tradizionali barriere tariffarie, ma quelle di tipo non-tariffario, oggi molto di moda, a creare i veri problemi. Insomma, occorrerà vedere la politica commerciale insieme alla strategia: se aumenta il protezionismo Usa, diminuisce la crescita delle economie periferiche. E quindi aumenta la possibilità di crisi nei Paesi “in via di sviluppo”, mentre potrebbe aumentare a dismisura la voglia, da parte della Cina, di sostituire gli Usa nei meccanismi economici multilaterali che la interessano direttamente. E, poi, potrebbe aumentare la voglia dei concorrenti globali degli Usa, come per esempio la UE, di sostituire l’export statunitense a tariffe invariate, almeno per un breve periodo. Non occorre il dumping, bastano le operazioni non-tariffarie e lo standard di qualità dei prodotti made in Europe. Nulla è quindi certo, oggi. Non il protezionismo statunitense, sicuramente, di cui abbiamo osservato i pericoli per la stessa America del Nord e anche per i suoi partners geoeconomici; ma nemmeno è più riproponibile il free trade universale, che non tiene conto delle valutazioni politiche e della programmazione economica, monetaria e militare delle varie aree commerciali del Globo. Come nella politica militare, appunto, occorre nel mercato-mondo attuale un grande accordo, come fu quello iniziale del Gatt. Ciò al fine di stabilire, per almeno per dieci anni, le aree di influenza economica e produttiva e le loro possibili trasformazioni future. Senza programmazione, niente liberismo.

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Perché dazi e commercio internazionale sono una questione di geopolitica

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