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Oscar Wilde, sublime giocoliere sulle lame precarie dell’ambiguità e dell’equivoco, imbastì una inarrivabile commedia sull’importanza di chiamarsi “Ernesto”, dove Earnest, in inglese, significa “schietto, onesto”. Di qui una irresistibile sequenza di qui pro quo sull’Ernesto/onesto, che fa godibilissimi i tre atti. E sempre sottoforma di commedia, questa volta però all’italiana, si offre alle cronache l’episodio dell’assessore onesto, che non si chiama Earnest ma Pierfrancesco di nome e Maran di cognome, insidiato da corruttori romani che, con insospettabile spirito autoironico, riconoscono nei loro spavaldi colloqui telefonici (intercettati) di muoversi a Milano con la grazia di Totò e Peppino nei film di Steno.

I corruttori che, come i vecchioni nella narrazione biblica avevano trovato una castità non scalfibile nell’assessore meneghino, a Roma, invece, non avevano trovato Susanne incorruttibili, ma entusiasmi collaborativi trasversali. Qual è la cosa rimarchevole in questa storia, che ha portato il giovane e Earnest di Milano agli onori della cronaca, salutato come eroe nazionale? Sicuramente la persistenza del pregiudizio popolare intorno al politico in attività di servizio, su cui si addensa un grumo di fuliggine impastata di interesse personale e mano lesta, di profitto indebito e nepotismo, di ingordigia e aggiotaggio di potere, quando l’opinione non è negativa.

So bene che a questo punto dell’articolo una buona parte dei lettori che gentilmente mi concedono attenzione obietterà che il pregiudizio trova fondamento nelle cronache quotidiane della malapolitica, che fanno più “normale” la reazione dei politici romani alle sollecitazioni corruttive piuttosto che quella dell’assessore Maran. Ma qualche volta, però, pensiamo anche ai numeri per definire i fenomeni e non fermiamoci all’umore.

Quanti sono i “politici” in Italia? Quanti sono coloro i quali in un modo o nell’altro partecipano per delega popolare all’esercizio dell’amministrazione locale e nazionale? Se calcoliamo solo i sindaci, i consiglieri regionali, i parlamentari nazionali ed europei superiamo agevolmente i diecimila. Se allarghiamo ai consiglieri comunali e agli assessori arriviamo ai 200.000, lasciando ovviamente fuori l’infinito arcipelago delle municipalizzate e società partecipate dallo stato. Un’enormità. Certo, ogni notizia di un comportamento men che cristallino da parte di un politico (ma già la parola è fuorviante, è come se definisse un mestiere, una categoria che ha già ricevuto un giudizio negativo, un’attività di cui non andare fieri), è già la notizia di un troppo insopportabile. Ma dobbiamo pure concedere che, a fronte di un comportamento deviante che finisce sui giornali, ci sono almeno cento persone che in silenzio portano avanti il loro impegno a favore della comunità.

La corruzione in ambito di servizio  pubblico è cosa antica, le cui prime tracce risalgono ai tempi dei faraoni. Una cospicua letteratura ci è giunta dalla Roma non solo del tardo impero, ma anche da quella Repubblicana, celebrata, invece, come simbolo di purezza. Nel mondo contemporaneo rappresenta “il” problema centrale della politica, di cui si sono fatti carico organismi internazionali come l’Osce. Come si combatte, allora? Certamente incoraggiando l’onesto Pierfrancesco, che a tanto clamore mediatico potrebbe rispondere: “ho fatto solo il mio dovere”. Perché l’onestà, mi si consenta, è solo un pre-requisito del fare politica, senza del quale non si può neanche cominciare a parlare della rappresentanza. Dare luce anche ai cento che fanno con lealtà il loro dovere e diffondere la cultura della costituzione, quella che una volta si chiamava educazione civica,sarebbe già un buon inizio per un programma di rialfabetizzazione civica di lungo respiro.

Perché la cosa insopportabile è che buona parte della società italiana è nutrita da quella cacofonia civile della furbizia, della elusione, del palleggiamento delle responsabilità. A volte sembra che siamo rimasti prigionieri della commedia all’italiana. Di Ugo Tognazzi cattivo maestro del figlioletto in quell’episodio dei Mostri. L’educazione sentimentale all’incontrario portò il giovanotto, cresciuto, ad una brillante carriera di delinquente. E ad uccidere il padre. Non era l’Earnest di Wilde, ma un Dino Risi del ‘63.

Phisikk du role – Pierfrancesco Maran, l'importanza di chiamarsi Earnest

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