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Se c’è una stampella che ha impedito all’Italia, in questi anni di crisi, di andare a gambe all’aria è l’export. Tecnologia, tanta tecnologia, venduta ai Paesi di mezzo mondo spesso sprovvisti di un adeguato grado di innovazione. E la Difesa, in tutte le sue espressioni, è certamente tra le punte di diamante dell’interscambio commerciale Italia-resto del mondo, dal momento che l’Italia è tra i Paesi più avanzati nella fornitura di soluzioni per il comparto sicurezza. Il business però va protetto e non può certo reggersi sulle sue gambe senza una calibrata forma di accompagnamento pubblico, dal momento che partecipare a delle gare in un Paese può essere più rischioso che in altri, soprattutto se il bando coinvolge un indotto di grandi dimensioni (un’azienda capofila più tante pmi della filiera).

Per questo c’è poco da stupirsi che il governo, come rivelato dal Fatto, abbia recepito una delibera del Cipe per sbloccare una garanzia da 18 miliardi per le imprese del settore della Difesa che esportano in Paesi a rischio come Egitto e Qatar. Premesso che non è in discussione che cosa viene venduto, tra una bottiglia di vino e un elicottero militare non vi è differenza se l’obiettivo è esportare made in Italy in Paesi terzi, occorre fare delle puntualizzazioni in merito. Punto primo, l’Italia è in ottima compagnia in Europa visto che Francia e Germania, tanto per rimenare nel campo delle economie industrializzate, esportano in Difesa non meno di Roma. Anzi.

Ma è nel meccanismo della garanzia pubblica che si cela la vera differenza, che di fatto spegne ogni focolaio di scandalo dinnanzi a 18 miliardi utilizzati a garanzia degli affari tra Italia e Paesi a rischio politico o in odore di terrorismo. Tanto per cominciare, come viene chiarito da ambienti Sace-Cdp (è la prima che si occupa di rilasciare la garanzia e peraltro è una controllata della Cassa) non c’è un’alternativa che sia una al ricorso di questa forma di protezione. La prova è che tale strumento (la garanzia pubblica) è universalmente utilizzata dalla maggioranza dei Paesi che esportano, Berlino e Parigi comprese. Se non ci fosse questo tipo di strumento, sarebbe difficile trovare aziende disposte a partecipare a gare da miliardi di euro, senza un minimo di paracadute. Di più.

Si immagini una grande azienda che partecipa a una gara da miliardi di euro o dollari e perde la commessa. Non c’è solo il danno per l’impresa in questione ma anche per tutte le piccole e medie aziende dell’indotto, fornitori in primis. “Togliere le garanzie vorrebbe dire smettere di esportare e impedire alle aziende di preservare il capitale investito”, sentenzia una fonte ben accreditata della Sace.

Punto secondo, è vero che la tutela pubblica all’export è finanziata con soldi pubblici, dunque dei contribuenti. Ma se come detto senza garanzia non si vende più all’estero allora è altrettanto vero che senza sbocchi oltre i confini le imprese sono costrette a chiudere i battenti, lasciando sulla strada decine di lavoratori dell’indotto (che poi sarebbero anche gli stessi contribuenti che finanziano con le tasse la garanzia), visto che la domanda interna è quella che è. Tutto questo per dire che che il gioco vale la candela.

Tirando le somme, appurato che l’Italia è perfettamente al pari di altre nazioni e che della garanzia pubblica si può difficilmente fare a meno, un fattore di distinzione con Francia e Germania c’è. E cioè il meccanismo di scarico dei rischi legati alle esportazioni in contesti difficili, contraddistinti per esempio da elevata instabilità politica. In Italia tali rischi finiscono direttamente sui libri contabili della Sace prima che sul bilancio statale. In altri Paesi, come la Francia invece, le possibili criticità legate all’export vanno direttamente a impattare sui conti dello Stato. In altre parole, l’Italia può contare su una sorta di cuscinetto contabile, in grado di assorbire in prima battuta eventuali perdite.

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