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Non sarà un Summit rivoluzionario come quello del 2014 in Galles che seguì la crisi ucraina, né un vertice di ri-orientamento complessivo come quello che si tenne a Varsavia due anni fa. Eppure, l’incontro tra i capi di Stato e di governo della Nato, il prossimo 11 e 12 luglio a Bruxelles, offrirà pane per i denti di esperti e osservatori. C’è da sciogliere il nodo sulla postura nei confronti della Russia, da verificare la solidità della membership della Turchia, e da capire a che punto sono i Paesi sui livelli di spesa stabiliti quattro anni fa. Per l’Italia, il premier Giuseppe Conte ha già confermato il pieno rispetto della solidarietà atlantica, ma gli alleati attendono segnali più chiari sull’apertura alla Russia e sull’impegno nelle missioni internazionali. Intanto, il vice direttore del sito specializzato statunitense DefenseNews, Aarhon Metha, ha cercato di ricostruire quello che i diversi Paesi dell’Alleanza si aspettano dal prossimo vertice. Nonostante non siano presi in considerazioni Stati su cui sembra esserci particolare attesa (tra tutti, Italia e Turchia), Metha ricostruisce alcune delle posizioni più rilevanti.

GLI STATI UNITI

Per gli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha mostrato ormai da tempo di prediligere i rapporti bilaterali, ma difficilmente non confermerà il tradizionale impegno americano nell’Alleanza. La questione dei dazi e la rottura al G7 in Canada non metteranno in discussione il fronte militare. Washington ha spinto per la creazione di un nuovo comando alleato per l’Atlantico a Norfolk, in Virginia, che affiancherà quello dedicato alla Trasformazione. Non ci sono ancora dettagli, ma intanto l’accordo sulla nuova struttura è già arrivato dalla recente riunione dei ministri della Difesa (quella che ha visto il debutto di Elisabetta Trenta). Chiaramente, non mancherà l’ormai consueto invito agli alleati a spendere di più e a rispettare gli obiettivi che gli alleati si sono dati in Galles nel 2014: 2% del Pil per la difesa, e 20% della spesa per la difesa per il procurement, tutto entro il 2024. Per nostra fortuna, il principale bersaglio delle richieste Usa è stata ultimamente la Germania, lontana come noi dalle quote concordate. Gli Stati Uniti spingeranno poi per aumentare lo sforzo nelle missioni di contrasto al terrorismo. Sarà probabilmente lanciata in tal senso una nuova missione di training in Iraq, mentre dovrebbero esserci maggiori dettagli sul potenziamento dello sforzo in Afghanistan, un contesto in cui il premier italiano Giuseppe Conte sarà chiamato a chiarire il ruolo italiano dopo le insofferenze mostrate dalla coalizione di governo.

IL REGNO UNITO POST-BREXIT

Il Regno Unito si presenterà al Summit con una posizione diversa rispetto a quella che aveva due anni fa a Varsavia. Allora, appena uscita dal voto sulla Brexit e prossima al cambio dell’esecutivo, Londra aveva avuto una posizione piuttosto interlocutoria. Quest’anno, a Bruxelles, il primo ministro Theresa May si presenterà da capo di governo di un Paese extra-Ue, intenzionato a rafforzare dunque la sponda altantica. Così, ha detto a DefenseNews l’ambasciatore presso la Nato Sarah MacIntosh, il Regno Unito chiederà di rafforzare gli strumenti di difesa e deterrenza, con particolare attenzione “agli indicatori di early warning per vedere le minacce prima che si presentino”. Londra appoggerà poi le proposte tese ad aumentare la mobilità militare nel Vecchio continente, ma si attende anche “più decisioni sul campo cibernetico” dato che, ha ricordato la MacIntosh, gli inglesi sono gli unici a offrire alla Nato le proprie capacità cyber-offensive.

UNA SPONDA CANADESE PER L’ITALIA

Il Canada aspetta invece di trovare al Summit una condivisione di vedute sul rafforzamento della deterrenza nei confronti della Russia. L’ambasciatore Kerry Beck ha inoltre specificato che sarà portato sul tavolo “l’importante messaggio” per cui la Nato non è solo un alleanza europea. Eppure, le frizioni del premier Justin Trudeau con Trump, maturate a Charlevoix, potrebbero avvicinarlo di più alla sensibilità del Vecchio continente. Sulla questione del 2%, il Paese nordamericano sembra invece offrire una sponda all’Italia, condividendo la posizione già espressa dal governo Gentiloni per cui non è tanto sulla quantità, quanto sulla qualità (e in particolare sulla partecipazione alle missioni militari) che si misura l’impegno nella Nato.

LA FRANCIA TRA NATO E DIFESA EUROPEA

Si dice invece intenzionata ad appoggiare la richiesta Usa per un più equo burden sharing la Francia di Emmanuel Macron, che si avvicina alla quota del 2% e dovrebbe riuscire a superarla prima del 2024. Anche Parigi sosterrà poi il focus su deterrenza e contro-terrorismo, aggiungendo un aspetto condiviso con gli altri alleati europei (ad eccezione del Regno Unito): la collaborazione tra Nato e Unione europea. Proprio oggi la Commissione di Bruxelles ha presentato la proposta di regolamento per il Fondo europeo di difesa (Edf), che vale 13 miliardi di euro per il 2021-2027, con l’obiettivo di alimentare la coesione nel Vecchio continente e rafforzare le capacità di difesa. Sin dalla sua ideazione, il progetto è stato accompagnato da uno sguardo sospettoso da parte di alcuni Stati membri dell’Ue (soprattutto quelli dell’est Europa), intimoriti dalla prospettiva di creare sovrapposizioni inutili con la Nato e dunque di erodere quell’Alleanza che li ha sempre ben protetti dall’orso russo. Per dissolvere tali dubbi, ha lavorato a lungo l’Alto rappresentante Federica Mogherini che, con il supporto di Paesi come l’Italia, ha convito i più titubanti della complementarietà del progetto di difesa europea con la Nato, facendo di tale collaborazione uno dei tre elementi del proprio “Pacchetto difesa” e individuando aree concrete su cui cooperare.

LA DECISIONE DI MACRON

C’è da dire che la Francia, forse più di altri, ha sostenuto il progetto europeo anche e soprattutto nell’intenzione di rendere l’Europa strategicamente autonoma dall’altra sponda dell’Atlantico. L’insofferenza di Parigi nei confronti di una Nato a traino statunitense è altalenante ma storica, evidente da quando nel 1966 il presidente Charles De Gaulle decise l’uscita dall’Alleanza. Ora, le cose sembrano andare meglio, anche grazie alla simpatia che pare essere maturata tra Macron e Trump. Eppure la Francia ha già dimostrato l’ambizione di guidare il progetto europeo e di tornare potenza mondiale. Che il richiamo alla collaborazione tra Nato e Ue sia solo uno specchio per le allodole? Vedremo, intanto è certo che Macron si presenterà come “uomo forte”, pronto a presentare la leadership francese su molteplici questioni (anche di interesse italiano).

LA DIFFICILE POSIZIONE TEDESCA

Nel frattempo, Ankela Merkel sarà chiamata a difendersi dalle punzecchiature che arriveranno sul fronte della spesa per la difesa. Da Washington è già partita più di qualche strigliata, a cui i più arguti hanno risposto chiedendo se davvero gli alleati sarebbero felici di una Germania che spende il 2% del proprio Pil per la Difesa. Quando Berlino raggiungerà tale quota, sarà una potenza militare di livello globale. Certo, prima di arrivarci dovrà percorrere molta strada. Da tempo, molti esperti hanno notato l’inadeguatezza delle Forze armate tedesche, ben lontane da livelli di efficienza dei maggiori alleati. Nel 2015 fece notizia l’utilizzo, durante un’esercitazione Nato, di manici di scopa al posto delle mitragliatrici pesanti sui veicoli tedeschi. Ad ogni modo, la Germania incasserà la formalizzazione del nuovo comando a Ulm, dedicato interamente alla mobilità militare nel Vecchio continente.

GLI ALLEATI DELL’EST EUROPA

Superfluo dire che dalle Repubbliche baltiche, dalla Norvegia, dalla Polonia e dagli altri alleati del fianco est arriverà il sostegno al rafforzamento delle misure di difesa e deterrenza in ottica anti-russa. Se la Nato ha da tempo adottato il dual track nei confronti di Mosca (deterrenza e apertura al dialogo), questi Paesi continuano a voler l’impegno esclusivo sul primo binario. Le loro paure paiono legittime, e per gli alleati che si trovano su altri fronti (Italia in primis) occorre comprenderle e rispettarle per poter cercare di orientare l’Alleanza anche su altri contesti, come sul Mediterraneo. Nel frattempo, dopo i quattro battlegroup operativi, la deterrenza verrà rafforzata con la formalizzazione della “Readiness initiative”, il progetto promosso dagli Usa che è anche conosciuto con l’espressione di “Four thirties”: avere a disposizione, entro il 2020, 30 battaglioni meccanizzati, 30 squadroni aerei e 30 navi da guerra in grado di essere operativi in 30 giorni. Un primo accordo è già stato raggiunto nella ministeriale Difesa della scorsa settimana.

IL NODO TURCHIA

Sarà invece interessante capire come verrà affrontata la questione turca. Dal golpe del 2016 e dal repulisti che ne è seguito, Ankara sembra essersi allontanata progressivamente dalla Nato, trovando nella Russia di Putin un’utile sponda per le proprie ambizioni di potenza regionale e non solo. Da ultimo, pare che abbia restituito al mittente le richieste americane di rinunciare al sistema di difesa aerea russo S-400, da diverso tempo inviso a tutti gli alleati euro-atlantici. La verità è che l’Alleanza non può permettersi di perdere un membro rilevantissimo sia per questioni geografiche e geopolitiche, sia per ragioni numeriche (l’esercito turco è secondo solo a quello statunitense). Da Bruxelles arriveranno probabilmente segnali di distensione, ma l’impressione è che non riusciranno a colmare lo spazio che si è creato tra Ankara e Washington.

IL DEBUTTO DI CONTE ALLA NATO

Infine, il Summit di Bruxelles sarà il primo vertice Nato del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Rispetto al ministro Trenta, arrivata in Belgio a pochi giorni dall’insediamento, il premier ha sicuramente più tempo per prepararsi. L’ipotesi di un pesante shift dell’Italia verso Mosca sembra ormai superata, anche grazie all’incontro che Conte ha avuto a Roma con il segretario generale Jens Stoltenberg. Certo, l’Italia deve ancora chiarire la propria posizione rispetto ad alcune questioni, in particolare sulla partecipazioni alla missioni internazionali. L’intenzione dichiarata da alcuni membri della maggioranza di ritirare il contingente dall’Afghanistan pare in controtendenza rispetto a quanto si appresta a decidere la Nato. Inoltre, un generale ripiegamento rischia di far perdere il peso politico e la credibilità che l’Italia si è guadagnata grazie proprio all’impegno all’estero. Già manchevoli sul fronte della spesa, potremmo trovarci in una posizione molto marginale se decidessimo di ridimensionare le nostre missioni internazionali. Ciò impedirebbe al nostro Paese di farsi promotore di una maggiore attenzione al Mediterraneo (già chiesta a gran voce da Trenta e da Conte) e dell’apertura alla Russia. Per poter difendere i propri interessi, il Paese ha bisogno di potersi giocare carte importanti.

Verso il Summit Nato a Bruxelles. Ecco come si preparano gli alleati (e l'Italia giallo-verde)

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