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“Il meeting e i suoi risultati sono un passo importante” verso la prosperità e la pace della Penisola Coreana, scrive in uno statement ufficiale il ministero degli Esteri cinese, commentando l’incontro tra Donald Trump e Kim Jong-un, “la Cina continuerà a lavorare tenendo un ruolo costruttivo”.

Pechino non ha nessuna intenzione di mollare il dossier. Non dimentichiamoci che il leader nordcoreano è arrivato a Singapore con un aereo cinese, ricorda per esempio il portavoce del ministero: una sottolineatura che il diplomatico del Dragone ci ha tenuto a segnalare ai reporter in conferenza stampa. Kim ha viaggiato verso l’isola asiatica a bordo di un 747 della Air China, in effetti: si tratta dello stesso velivolo usato dal presidente Xi Jinping per alcuni spostamenti all’estero, è dello stesso tipo dell’Air Force One, e ha evitato il viaggio a bordo del vetusto Ilyushin usato come aereo di Stato da Pyongyang.

Quello che dice il portavoce del governo cinese e la scelta di Pechino di fornire l’aereo a Kim hanno un assoluto significato politico: dicono che la Cina c’è, si muove attorno al turbine diplomatico innescato dall’avvicinamento olimpico di Seul (quando il presidente del Sud Moon Jae-in invitò il Nord a partecipare ai Giochi invernali sotto la stessa bandiera) e proseguito da Washington. E insomma, dietro al simbolismo del prestito volante, c’è una buona densità di contenuti, come ha spiegato l’autorevole Asia Nikkei Review.

“Non è un caso se la bandiera cinese sul velivolo non è stata fatta sparire dalle foto che compaiono sul Rodong Sinmun (il giornale del governo nordcoreano che filtra tutto ciò che esce con una stretta censura propagandistica, ndr)”, ha commentato a Formiche.net Francesca Frassineti, ricercatrice Ispi basata a Seul: “La Cina negli ultimi mesi ha operato ai margini delle trattative non volendosi esporre e farsi coinvolgere dalla frenesia diplomatica dei colloqui intercorsi tra le parti. Questo però non vuol dire che non sia presente, tutt’altro”.

I due incontri tra Kim e Xi, confermerebbero che il leader nordcoreano è riuscito a ricomporre in qualche modo la frattura che si era creata nel rapporto sino-nordcoreano da quando il cinese era salito al potere in Cina: “Da quel momento infatti – spiega Frassineti – la leadership cinese non aveva più cercato di celare l’insofferenza per la bellicosità del comportamento del tradizionale alleato in quanto foriera di instabilità nell’area, reagendo appoggiando in maniera mai così forte il regime sanzionatorio internazionale, per poi comunque darne una lasca attuazione in ragione dei suoi interessi strategici”.

La Cina ha una visione generale stabilizzante, verso un’equilibrata armonia che renda i contesti prosperi: le mattane di Kim, i test missilistici e quelli atomici, l’aggressività, la risposta trumpiana, hanno portato troppa attenzione sul dossier e sulla regione, dove invece Pechino preferisce giocare la propria influenza discretamente.

Il fatto che Pyongyang non effettui test missilistici da più di sette mesi e che abbia ripreso la strada dei colloqui con Washington non possono che essere risultati sostenuti da Pechino a garanzia di una riduzione delle tensioni nella penisola coreana e a sostegno della stabilità al confine che, per la leadership cinese, sono gli interessi prioritari in questa questione, ha spiegato l’analista.

Inoltre c’è una questione strategica. Sia Cina sia Russia “stanno lavorando alacremente per sostenere l’apertura diplomatica che Kim ha avviato per dismettere i panni di potenziale minaccia internazionale”. Ora l’attenzione è puntata sul futuro: gli incontri con Xi, quello con il russo Sergei Lavrov, e gli abbracci con Moon sul confine demilitarizzato delle due Coree, “fanno sì che nel caso in cui le trattative naufragassero, per gli Stati Uniti sarebbe molto difficile tornare a brandire la minaccia di un intervento militare ai danni del regime di Pyongyang”, aggiunge Farassineti.

Mosca ha sempre cercato di restare nel giro dei colloqui nordcoreani. L’incontro di Kim con il ministro degli Esteri del Cremlino ne è una testimonianza esplicita, così come l’invito diretto al satrapo da parte di Vladimir Putin. La Russia vuole rivitalizzare il cosiddetto sistema dei colloqui a sei (quelli che coinvolgono Mosca, Tokyo, Pechino, Seul, Washington e Pyongyang), ed è stato lo stesso Lavrov a ricordare che le promesse di denuclearizzazione inserite nel documento congiunto firmato da Trump e Kim non sono altro che le vecchie linee dettate da Russia e Cina; quelle ripetute anche nel momento in cui la Casa Bianca non ascoltava nessuno perché interessata a tenere toni militareschi contro il Nord (adesso il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, dice di sperare in un “grande disarmo” nordcoreano entro la fine del primo mandato di Trump).

Vogliamo lavorare in modo multilaterale, ha commentato il ministro russo: e sembra una chiara frecciata al bilateralismo trumpiano. Il presidente americano ha dimostrato in più occasioni di prediligere il lavoro faccia a faccia, come nel caso del vertice con Kim e nell’uscite aggressive a margine dello scomodo, per lui, G7. Con l’uscita Lavrov attacca in modo educato gli Stati Uniti mentre ricorda di voler un posto al tavolo, e soprattutto, per sostenere questa richiesta, fa sponda su Pechino: i russi sanno benissimo che nessun genere di accordo potrà uscire dal Nord senza l’ok della Cina.

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