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Ai dazi di Trump, la Cina ha risposto con contromisure, imponendo, come previsto dalle norme internazionali, addizionali tariffarie molto forti su 106 prodotti americani esportati nel Celeste Impero. I mercati hanno fibrillato, ma non troppo.

Siamo alla vigilia di una guerra commerciale analoga a quella degli Anni Trenta? Non credo. Non solo, per ora il conflitto è limitato a Stati Uniti e Cina, e soltanto all’inizio di maggio si saprà se verrà coinvolta anche l’Europa, ma adesso esiste un quadro di regole, di procedure arbitrali e, se del caso, di una sede giudiziaria per risolvere problemi di questa natura prima che esplodano. Questa è l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) di cui poco si parla sulla stampa ma che molto sta facendo per impedire che la scaramuccia si trasformi in guerra. Alla Omc, in funzione dal primo gennaio 1995 aderiscono 164 Paesi con altri 22 con il ruolo di osservatori; insieme coprono oltre il 95% del commercio mondiale. Viene spesso snobbata dalla Commissione europea perché il suo centro vitale sono gli Stati, non le organizzazioni internazionali; la Commissione ha il compito di negoziare ma per mandato degli Stati membri e sotto la loro vigilanza, non firma accordi Omc. Nonostante sia un’organizzazione leggera (in quanto a dipendenti), l’Omc ha frenato potenziali conflitti. Gli Stati dell’Unione Europea dovrebbero, o direttamente o dando una delega specifica alla Commissione, suggerire a Stati Uniti e Cina di rivolgersi all’Omc per risolvere il loro problema. Gli Usa avranno difficoltà perché il loro deficit con la Cina non è, poi, così ampio e, come ha scritto eloquentemente Kenneth Rogoff, la vera partita si gioca sulla tecnologia.

Infatti, il contenzioso di Washington con Pechino su siderurgia e alluminio è, in gran parte, una falsa pista. Alcuni prodotti siderurgici colpiti dalle misure Usa non sono prodotti (e tanto meno esportati) nell’ex Celeste Impero. Il vero obiettivo riguarda i prodotti ad alta tecnologia americani brevettati e “plagiati” da Pechino. Una controversia complessa e difficile da risolvere in via bilaterale. Il ricorso all’Omc si presenta come la migliore strada possibile. Tanto più all’interno stesso degli Stati Uniti sta crescendo l’opposizione contro i dazi di Trump e gli Usa si stanno isolando dalla formazione di nuovi grandi mercati comuni.

Il principale riguarda l’area del Pacifico. Un progetto in tal senso era stato lanciato con molto clamore alla fine degli anni Ottanta: avrebbe compreso una vasta area di libero scambio di tutti i Paesi che si bagnano sul Pacifico – dal Nord America al Sud America, da un lato, e dall’Australia, alla Nuova Zelanda e alle “tigri asiatiche”, dall’altro. Ora sta rinascendo. Il Cile ha appena ospitato un’assise di undici Stati – dal Canada all’Argentina, su un fianco del Pacifico, e dall’Australia a Singapore, sull’altro. Un’area di 300-500 milioni di persone (il numero varia a seconda degli Stati che aderiranno) il cui tenore di vita e potere finanziario è in rapido aumento. Mentre trent’anni fa gli Usa erano alla guida del progetto, oggi non ne fanno parte. Anzi, alla riunione a Santiago del Cile si respirava un’aria chiaramente anti-americana.

Qualcosa del genere sta avvenendo in Africa a sud del Sahara per iniziativa segnatamente dell’Ecowas (la Comunità dei 15 Stati dell’Africa occidentale). Il programma è di lanciare un’area di libero scambio tra 44 Stati africani sin dal 2020; si prospetta anche, in un’ottica di più lungo periodo, un tragitto verso una moneta unica. Secondo i dati della Banca mondiale, l’Africa sub-sahariana può raggiungere un Pil di 29 trilioni di dollari nel 2050, ha già 14mila milionari, la spesa per infrastrutture è pari al 3,5% del Pil.

La business community americana se ne rende ben conto e per questo motivo osteggia i “dazi” di Trump.

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