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Nei programmi politici che i partiti hanno presentato in occasione delle prossime consultazioni il tema della sicurezza è giustamente centrale. Purtroppo, in nessuno di essi si fa cenno al decisivo strumento dell’intelligence per assicurarla. Eppure, nella legislatura che si sta concludendo si è verificato lo sdoganamento dell’intelligence nell’opinione pubblica nazionale. In tal senso, l’attività dei Servizi di informazione, uscendo dal cono d’ombra in cui per tanto tempo era stata relegata, è ora considerata fondamentale per contrastare il fondamentalismo islamico che ha insanguinato l’Europa, lasciando finora indenne il nostro Paese.

LA RIFORMA DELL’INTELLIGENCE DIECI ANNI DOPO

Nell’anno appena trascorso, si è celebrato il decennale della riforma dell’intelligence nazionale. Nell’occasione, si è potuto verificare quello che sta funzionando e quello su cui bisognerebbe intervenire. Anche per questo, il tema non può essere trascurato.

Il primo aspetto da esaminare è l’efficacia dell’architettura del sistema di intelligence incentrata sul Dis, al quale è stata affidata la responsabilità dell’analisi strategica. Così come vanno pure valutati i reali risultati ottenuti dall’uso delle garanzie funzionali e delle intercettazioni preventive.

Altro punto su cui riflettere è verificare se le nuove assunzioni degli operatori, effettuate anche nelle università, abbiano effettivamente migliorato la qualità del capitale umano ovvero si sia sostanzialmente mantenuto il reclutamento all’interno del circuito quotizzato delle Forze di Polizia.

Tra le questioni da affrontare risalta, altresì, lo stato dell’arte e gli esiti dell’unificazione degli archivi dei precedenti Servizi. Inoltre, va approfondito il valore aggiunto apportato dall’accresciuto ruolo di controllo del Comitato Parlamentare nella percezione del mondo politico e istituzionale.

Infine, non si può fare a meno di riflettere, in maniera approfondita, sulla parziale privatizzazione dell’intelligence che qualche parte  politica ha proposto per rafforzare il sistema.

LE PROSPETTIVE DELL’INTELLIGENCE NELLA PROSSIMA LEGISLATURA

L’intelligence rappresenta il cuore dello Stato e svolge una funzione decisiva per difendere l’interesse nazionale, considerando che la globalizzazione rafforza il ruolo del Mediterraneo e quindi la posizione geopolitica dell’Italia.

È necessario, peraltro, secondo la mia visione, definire ulteriormente i rapporti con la magistratura e le forze di polizia, al fine di contrastare, in maniera più incisiva, le evidenti asimmetrie tra Stati legali da un lato e poteri finanziari, organizzazioni criminali e attività terroristiche dall’altro. Asimmetrie che vanno a favore delle multinazionali economiche, del crimine e del terrore a scapito dei diritti dei cittadini.

Vi è di conseguenza la forte esigenza di un’unità di intenti di tutte le istituzioni repubblicane per fronteggiare i nemici comuni. Il cyberspazio è oggi centrale nelle politiche dell’intelligence e la nomina di Roberto Baldoni a vice direttore del Dis rappresenta un segnale nella giusta direzione, perché rafforza i collegamenti con il mondo universitario e della ricerca.

Questo avvicina l’Italia ai Paesi che da tempo hanno sviluppato una cultura dell’intelligence nazionale. La dimensione cibernetica è del resto decisiva, in quanto ormai le guerre si combattono  sul piano culturale ed economico, attraverso le informazioni e sul web, compresa la dimensione oscura.

Nello scenario mondiale, gli Stati sono tutti concorrenti per attirare risorse sui loro territori. Pertanto, è indispensabile sviluppare l’intelligence economica per tutelare l’interesse nazionale, che oggi si persegue sopratutto attraverso la sicurezza del cyberspazio.

CONSIDERAZIONI PRIORITARIE E FINALI

I problemi da affrontare nei singoli Paesi sono globali e quindi globali dovrebbero essere le risposte. Pertanto, le collaborazioni internazionali nel settore dell’intelligence, pur difficili poiché coinvolgono le sovranità, dovrebbero essere più intense per fronteggiare le tante emergenze di questo tempo, a cominciare dal crimine e dal terrore.

Essendo poi sempre più ampi i fronti planetari del disordine, risulta indispensabile un consapevole coinvolgimento dei cittadini, perseguendo il modello della sicurezza partecipata e, in particolare, della citizen intelligence.

In tale contesto, va incentivata la cultura dell’intelligence nelle scuole, attraverso la promozione della sicurezza informatica. A tal proposito, occorre fare conoscere le conseguenze sia dell’uso delle tecnologie che delle tracce che rimangono indelebili sul web.

Così come è decisiva l’identificazione delle fake news, nella consapevolezza che si è già materializzata la società della disinformazione, attraverso la combinazione dell’eccesso di informazioni e del basso livello di alfabetizzazione sostanziale. Di conseguenza, evitando di ricadere nelle ricorrenti illusioni pedagogiche e mode accademiche, potrebbe essere auspicabile promuovere nelle università specifici e non improvvisati corsi di laurea e master sull’intelligence.

In tale ambito, vanno definiti profili professionali interdisciplinari, sia per l’attività operativa nel privato e nel pubblico e sia per lo svolgimento di ricerche e sperimentazioni. Non a caso, una delle professioni più ricercate e promettenti è quella del data scientist, con competenze umanistiche e scientifiche.

Si realizza così quella indispensabile visione unitaria del sapere che fa dell’intelligence un punto di incontro delle scienze nel XXI secolo.

 

I partiti al voto con poca intelligence

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