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Intesa Sanpaolo stringe sulle sofferenze e si prepara a liberarsi degli incagli frutto dell’acquisizione della parte in bonis delle due popolari venete saltate lo scorso anno. D’altronde che gli npl siano il problema dei problemi per le banche italiane è fin troppo risaputo. E così anche l’istituto guidato dal ceo Carlo Messina (nella foto) sta facendo pulizia dei bilanci sull’onda delle raccomandazioni dell’Ue (qui il focus di Formiche.net su Mps) che vuole, anzi pretende, operazioni di smaltimento su larga scala.

18 MILIARDI AL TESORO

La prima partita riguarda il passaggio di mano del fardello di sofferenze in capo a Veneto Banca e Popolare di Vicenza, la cui parte sana è stata venduta al prezzo simbolico di 1 euro ad azione. Operazione che però prevede anche lo smaltimento sia dei crediti in bonis sia di quelli in sofferenza, per un totale di 26,1 miliardi. E proprio una parte cospicua di questi ultimi, circa 18 miliardi (9,6 miliardi di sofferenze e di 8,9 miliardi di inadempienze probabili) starebbero per essere scaricati sulla Sga del Tesoro, il veicolo pubblico per il recupero degli incagli. A Intesa rimarrebbe in capo la gestione di circa 4 miliardi di crediti deteriorati in bonis potendo contare sulle relative garanzie statali, le gacs.

PIANO SVEDESE IN VISTA

Poi ci sono le sofferenze che invece Intesa ha nella propria pancia, che esulano dall’operazione con le venete. Negli ultimi due anni molto è stato fatto, visto che il gruppo torinese, prima banca italiana, nel periodo è riuscito a smaltire circa 11 miliardi di npl, riducendo sensibilmente lo stock. Ma ora bisogna pensare al futuro e il futuro dice che c’è un portafoglio da 10 miliardi circa da valorizzare. Il veicolo cui affidare il compito è già stato individuato, la svedese Intrum Justitia. Le trattative, è bene ricordarlo, sono ancora alla fase iniziale, ma se l’operazione andasse in porto Intesa potrebbe addirittura anticipare l’obiettivo di ridurre gli npl al 10,5% dei crediti totali entro il 2019. D’altronde come ricordato ieri dallo stesso Messina a margine del comitato Abi (e prima di incontrare il capo della vigilanza della Bce, Danièle Nouy, insieme ad altri banchieri, “accelerare la riduzione dello stock di crediti deteriorati è una priorità strategica al di là del metodo seguito”.

SE LE BANCHE (ITALIANE) FANNO I COMPITI A CASA

Fin qui Intesa. Ma l’Italia? Sì, ieri per le banche italiane sono arrivate buone notizie. L’Italia è infatti tra gli Stati membri ad aver ottenuto i migliori risultati nella riduzione della propria quota di crediti deteriorati. Almeno secondo il primo rapporto messo a punto dalla Commissione Ue sulla base dei dati della Bce. Stando alle tabelle pubblicate, in un anno l’Italia ha diminuito la quota del totale degli Npl del 24,6% – un quarto – passando dal 16,2% del giugno 2016 al 12,2% del giugno 2017.  Meglio ha fatto solo la Slovenia, con un calo di 30,4%. Segue l’Irlanda -20,6%. Meno brillante la Grecia, -0,6%. I progressi fatti dall’Italia nella riduzione dei crediti deteriorati viene ritenuto “notevole” dall’Ue. Il Paese ha fatto “un’inattesa accelerazione”, con la riduzione di un quarto delle sofferenze in un anno, mentre la media degli altri Paesi è stata di un terzo.

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