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Bruxelles e Washington tirano le orecchie a Erdogan su gas e guerra di spie con Atene, ma intanto il Sultano spinge per una legge che censuri di fatto la rete. L’ambasciatore Usa ad Atene, già impegnato in Ucraina quindi sensibile al dossier energetico, dice che Washington non “se n’è lavata le mani” sul caso militari greci detenuti in Turchia. Ma fa capire che è attenta al caso. Anche perché oggi è Bruxelles che dice (in ritardo) una parola sul caso di Erdogan, che al suo interno ne abbraccia tre: dossier energetico, rispetto di leggi e trattati, influenza sul quadrante mediorientale oltre che in quello mediterraneo.

CONSIGLIO UE

Mentre una legge dello Stato turco consente al Consiglio supremo per la radio e la televisione di poter bloccare i contenuti diffusi su internet, ecco che Bruxelles prende posizione sull’escalation del Mediterraneo orientale.

Il Consiglio europeo “condanna con forza le continue azioni illegali della Turchia nel Mediterraneo orientale e nel Mar Egeo”. Dopo quasi un mese dal caso della nave Saipem minacciata di speronamento da due fregate turche e a pochi giorni dal “secondo tempo” con le navi gemelle della Exxon, scortate però dalla sesta flotta Usa, il Consiglio europeo prende posizione sulla deriva di Erdogan nelle acque antistanti Cipro, stato membro dell’Ue, ed “esprime piena solidarietà a Cipro e alla Grecia”.

Gli Stati membri auspicano che Ankara “metta fine a queste azioni e rispetti il diritto sovrano di Cipro di esplorare e sfruttare le sue risorse naturali, in accordo con il diritto dell’Ue”. Ma non c’è solo il gas al centro dello scontro tra Erdogan e i suoi Paesi confinanti.

PYATT

L’ambasciatore Usa ad Atene, Geoffrey Pyatt, sul caso dei militari greci (quindi appartenenti ad un Paese nella Nato) detenuti ad Ankara (quindi da un altro membro della stessa Nato) interviene per fare chiarezza. Gli Stati Uniti non si sono disinteressati della questione dei due militari greci detenuti in Turchia per aver attraversato il confine. Lo ha detto in occasione di una visita ad una base della marina ellenica: “Gli Usa non sono un arbitro. Noi non abbiamo il cartellino giallo da poter tirare fuori ogni volta”, ha aggiunto.

Situazione che però non presenta novità, dal momento che per un semplice caso di sconfinamento occorrono due ore al massimo per ultimare i passaggi burocratici, mentre invece il tenente Angelos Mitretodis e il sergente Dimitrios Kouklatzis restano agli arresti in Turchia, dopo che la Prima corte penale militare di pace di Edirne in Turchia ha respinto la richiesta di rilascio.

Sin dall’inizio della questione i media turchi hanno insistito sul fatto che i due soldati greci erano accusati di spionaggio ma senza una conferma ufficiale da parte del governo di Ankara. La procura di Adrianopoli ha sempre parlato di ingresso illegale in una zona militare ma ad oggi l’accusa ufficiale non è stata ancora formalizzata agli avvocati dei due militari greci.

Un passaggio, quello del rispetto di leggi e trattati, caldeggiato anche dal premier greco Alexis Tsipras da Bruxelles. “Dobbiamo essere molto scettici sugli sviluppi nella regione – ha detto -. Ma dobbiamo essere molto diretti con la parte turca sui loro obblighi, specialmente quelli sul rispetto della legge internazionale”.

NEO OTTOMANESIMO

Di neo ottomanesimo portato avanti da Erdogan iniziano a parlare adesso anche i Paesi limitrofi che, non solo da un punto di vista squisitamente geografico, ma soprattutto geopolitico, potrebbero impattare su questa accelerata decisa dal Presidente turco. E quale assise meglio di quella irachena può incarnare la summa delle nuove preoccupazioni della macro regione verso Ankara?

Secondo Rizan Sheikh Diller, deputato del partito Unione democratica del Kurdistan (Puk) a Baghdad, le incursioni dell’aeronautica turca nel Kurdistan iracheno sono “atti deplorevoli” con cui Ankara intende “restaurare il califfato ottomano”.

Parole che sono il frutto di un allarme che ormai da tempo suona in Iraq, rafforzato dai continui raid dell’aeronautica turca: l’ultimo in ordine di tempo nella serata di mercoledì 21 marzo ha causato quattro morti a Qasre, cittadina a 90 chilometri a nord-est di Erbil.

Proprio l’Iraq è stato più volte “attenzionato” dal governo turco. Due settimane fa il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusolgu, annunciò che nel prossimo maggio (quando si svolgeranno le elezioni) le Forze armate turche e irachene avrebbero svolto un’operazione militare congiunta contro il Pkk. Dopo pochi giorni raddoppiò la dose il premier Binali Yildirim, sottolineando che Turchia e Iraq “sono a stretto contatto” per organizzare l’operazione militare in Iraq settentrionale.

twitter@FDepalo

erdogan, turchia, mediterraneo

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