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La Commissione Europea ha reso pubblico l’atteso “pacchetto” di proposte sul completamento dell’unione economica e monetaria. Un insieme abbastanza coerente e tutto sommato ambizioso di suggerimenti per l’adozione di passi concreti per fornire maggiore resilienza ed efficacia alla governance economica dell’area dell’euro; ossia, in prospettiva, secondo la Commissione, all’intera UE27.

Il pacchetto è costituito da una serie di documenti, alcuni dei quali anche molto tecnici, con un dettaglio che va ben al di là dei precedenti interventi in materia da parte della Commissione stessa. È evidente che vicino a Juncker qualcuno sta lavorando da tempo e con grande attenzione su questo tema. Un tema naturalmente cruciale per la tenuta della UE. Perché se l’area dell’euro non funziona entra in discussione l’intero processo d’integrazione europea. Se la moneta unica non riesce a dare coerenza al mercato unico ed a forgiare una società tutto sommato omogenea, viene messa in discussione la condivisione di sovranità, all’origine del processo stesso d’integrazione europea. Se l’area dell’euro non mantiene le promesse di crescita, solidarietà, crescente ruolo mondiale dell’Europa… allora i populisti hanno buon gioco a rivendicare una soluzione nazionale. Insomma, l’unione economica è il cuore che ancora oggi manca ad una moneta che, da sola, non può reggere le sorti dell’intero processo d’integrazione in Europa.

Il documento indica delle tappe precise ed una strada. Che passa per la consapevolezza, in realtà tutt’altro che scontata (soprattutto, non in tempi ragionevoli), che l’euro si avvii a diventare la moneta dell’intera UE27, non solo degli attuali 19 paesi membri. E per la percezione che senza solidarietà e investimenti nel quadro di un bilancio europeo (che però rimane fermo fino alle prossime negoziazioni) questa Europa non è in grado di rovesciare le aspettative negative che oggi interessano le istituzioni europee. Un bilancio da mettere (in prospettiva) nelle mani di un Ministro del Tesoro, col ruolo di Presidente dell’Eurogruppo e Vice-Presidente della Commissione, quindi con ampi poteri all’interno dell’attuale assetto istituzionale europeo.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità, trasformato in Fondo Monetario Europeo, dovrebbe consentire di fornire le garanzie necessarie al pieno funzionamento dell’unione bancaria, di assicurare una più efficace assistenza finanziaria, di sviluppare strumenti di stabilizzazione economica. Allo stesso tempo, il rigore del Fiscal Compact entra a pieno titolo nella legislazione europea, lasciando ben poco spazio all’uso in senso anticiclico delle risorse europee. È qui, in particolare, che la dialettica aperta dal discorso alla Sorbona di Macron diventa un contraltare da valutare, misurare, testare. E sarebbe proprio su questo che un compromesso dell’Italia fra la linea rigorista (ma allo stesso tempo, teoricamente almeno, solidaristica) della Commissione, il rigore finora intransigente della Germania, le aspirazioni alla piena condivisione della sovranità in aree strategiche sotto l’egida della legittimità democratica di Macron, potrebbe risultare decisivo.

Cosa manca nel documento di Juncker? Tre cose, una delle quali fondamentali. Prima di tutto manca un adeguato dettaglio di come la Commissione pensa di fornire alla UE una effettiva capacità fiscale (quindi, si presume, anche d’indebitamento) autonoma. Inoltre manca una qualsiasi richiesta di mettere in discussione l’attuale bilancio UE, evidentemente ridicolo nelle dimensioni e nella ripartizione delle risorse, per affrontare le sfide e le competenze indicate altrove nel pacchetto di proposte. Ma soprattutto manca una prospettiva genuinamente democratica alla governance economica dell’euro: ossia la necessaria trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in Fondo Monetario Europeo con un apparato decisionale non più intergovernativo.

Un errore grave. Ovviamente non casuale. Nell’ottica della Commissione, probabilmente l’unico punto che non sta alla Commissione negoziare coi governi. E invece l’unico punto sul quale uno scontro aperto coi governi avrebbe dato alla Commissione uno spazio di manovra in più nell’accreditarsi come organismo che rappresenta i cittadini, non i governi nazionali.

Insomma, un documento indubbiamente ambizioso. Ma allo stesso tempo pieno di contraddizioni. È vero che noi per primi abbiamo sempre detto che l’integrazione europea procede per livelli crescenti di contraddizioni. La creazione di un sistema di governance del tipo auspicato dalla Commissione sarebbe, in questa logica, una contraddizione elevata all’ennesima potenza: un sistema di scelte d’importanza strategica per la sopravvivenza e la ripresa economica, non sottoposte a legittimità democratica ma a meccanismi di difesa degli interessi nazionali.

Una pura follia… ma che proprio per questo si candida ad essere la soluzione più plausibile in questa Europa che sembra non riuscire a trovare altre strade per procedere oltre, se non quella delle contraddizioni sempre più pericolose. Sperando che a forza di tirare la corda, questa non si spezzi.

 

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