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La battaglia navale per il controllo di Ferretti si è conclusa. Almeno per il momento, visto che al ministero delle Imprese si lavora per capire se ci siano spazi di manovra per azionare la leva del golden power e sterilizzare, per quanto possibile, la governance cinese uscita decisamente irrobustita dopo la vittoria in assemblea, la scorsa settimana, oltre a impedire il trasferimento in Cina di tecnologia Ferretti. L’assise degli azionisti, svoltasi in un clima a dir poco teso e a porte chiuse, ha infatti sancito non solo la riaffermazione di Weichai, il produttore di macchinari cinese con inclinazioni nel campo militare, a cui fa capo la proprietà del cantiere italiano da tredici anni e ha ottenuto il 52,3% dei voti, contro il 47,4% della sfidante ceca Kkcg. Ma anche un suo rafforzamento, molto ben rappresentato dall’uscita di scena, dopo dodici anni, di Alberto Galassi, per far posto al ben più allineato Stassi Anastassov. Una spaccatura a spaccatura interna che ha portato alle dimissioni di due consiglieri storici, quali Piero Ferrari e Stefano Domenicali.

E che Ferretti parli ormai cinese lo dimostra non solo il fatto che il nuovo board conti ben otto consiglieri tratti dalla lista Weichai e uno da quella di Kkcg Komarek, ma anche che, come raccontano ambienti vicini al dossier, la prima riunione del nuovo consiglio si sia svolta in cinese, con la traduzione nelle cuffie. Ora, nell’attesa che Palazzo Chigi batta un colpo, la domanda è: chi ha permesso a Weichai di spuntarla in assemblea? Non è certo un mistero che, nelle ore precedenti l’assise, sia spuntati come funghi tanti soggetti finanziari minori che hanno prima rastrellato azioni e poi appoggiato l’azionista cinese in assemblea. Stando agli atti dell’assemblea degli azionisti, risulta che i voti a Weichai arrivano da entità solo cinesi e riconducibili alla società stessa, mentre a favore del gruppo ceco si sono espressi 40 soggetti di nazionalità differenti.

Ebbene, secondo quanto risulta a Formiche.net, proprio una coalizione di investitori con legami consolidati con istituzioni statali cinesi, imprese pubbliche e il più ampio ecosistema finanziario cinese ha contribuito a garantire la vittoria della lista sostenuta da Weichai nell’assemblea del 14 maggio. Ma chi sono? C’è, per esempio, con il 2,8% del capitale AdTech Advanced Technologies, sede in Svizzera, ma anima cinese. Dal prospetto HKEX di Ferretti emerge che il fondatore di AdTech, Julius G. Kiss, ha collaborato con Weichai per oltre 20 anni e che Weichai aveva indotto AdTech a investire in Ferretti.

Kiss è stato in precedenza amministratore non esecutivo di Weichai Power. Il soggetto cinese detiene quindi partecipazioni sia in Weichai sia in Ferretti, ed è documentato dalla stessa Ferretti come investitore entrato nell’operazione tramite Weichai.

Ancora, Bank of China, con l’1,99% una delle Big Four bancarie cinesi, controllata in maggioranza attraverso il sistema finanziario sovrano cinese tramite Central Huijin. La sua presenza aggiunge un’istituzione finanziaria direttamente legata allo Stato cinese al gruppo di azionisti che sostengono la lista Weichai. E poi China International Capital Corporation (1,4%), importante banca d’investimento cinese con proprietà legata allo Stato e una lunga esperienza in operazioni strategiche e nei mercati dei capitali cinesi. Il suo sostegno aggiunge un’ulteriore istituzione finanziaria statale cinese al blocco Weichai. Non è finita. A dare una mano in assemblea ci hanno pensato anche Wealth Strategy Holding (1%), collegata tramite il beneficiario effettivo Gong Hongjia a Hikvision e controllata attraverso China Electronics Technology Group Corporation, impresa statale centrale sotto supervisione diretta del Consiglio di Stato. E infine, Investor guidance (0,85%), azionista con base a Hong Kong e Yunqi Capital. Chissà se, da sola, Weichai ce l’avrebbe fatta.

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