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L’Iran potrebbe diventare il fulcro di una inedita guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa. È quanto lascia intendere il segretario di Stato Rex Tillerson nelle dichiarazioni rilasciate ieri in Arabia Saudita, Paese che insieme alle altre potenze arabe condivide la strategia americana di introdurre nuove sanzioni contro Teheran anche a costo di pugnalare gli alleati del Vecchio Continente e riaprire la crisi nucleare che per quindici anni ha visto Europa e Stati Uniti fianco a fianco nello sforzo di denuclearizzare il paese degli ayatollah.

La decisione, il 13 ottobre scorso, di Donald Trump di non certificare l’accordo sul nucleare con l’Iran (Jcpoa), è stata accolta con sgomento e preoccupazione dai Paesi europei, che dal giorno della firma della storica intesa hanno avviato una corsa agli investimenti a Teheran, con tanto di visite di Stato di ministre velate al cospetto del presidente Hassan Rouhani. Il mercato iraniano fa gola alle corporation europee, che hanno accolto con entusiasmo la caduta delle sanzioni stabilita dalle disposizioni del Jcpoa e dalla successiva risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Ora però queste opportunità potrebbero svanire a seguito della nuova strategia del presidente Trump, agli occhi del quale il Jcpoa è non solo “l’accordo peggiore di sempre” e un “imbarazzo” per glI Stati Uniti, ma rappresenta la benedizione concessa dalla comunità internazionale al piano di Teheran per egemonizzare il Medio Oriente. La convinzione di Trump è che l’Iran abbia violato lo “spirito” del patto siglato con gli Stati Uniti, con i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, con la Germania e con l’Unione Europea. L’intendimento di Barack Obama, primo artefice e sponsor del Jcpoa, era infatti che l’Iran, in cambio del venir meno delle sanzioni, avrebbe rinunciato alla sua condotta aggressiva in Medio Oriente e si sarebbe comportato come un responsabile “stakeholder” della pace nella regione. Ma la speranza obamiana si è infranta di fronte alle manovre dei Guardiani della Rivoluzione, che continuano a interferire negli affari di Siria, Iraq e Yemen sostenendo milizie armate che allontanano ogni prospettiva di pacificazione in quest’area turbolenta del mondo.

Ecco perché Trump vuole ora mettere nel mirino i pasdaran, introducendo sanzioni mirate a colpire il loro impero economico. Oltre ad essere la punta di lancia della strategia militare dell’Iran, i Guardiani della Rivoluzione sono infatti al centro di una complessa ramificazione di imprese che investono svariati settori dell’economia di Teheran. Prendendo di mira i loro portafogli, pensano alla Casa Bianca, i pasdaran ci penseranno due volte prima di continuare a ingerire nelle tribolate vicende dei paesi vicini.

Questo, in sintesi, l’approccio di Trump, ribadito ieri dal suo ministro degli esteri Tillerson durante la conferenza stampa a Riad con l’omologo saudita Adel al-Jubayr. “Entrambi i nostri paesi”, ha affermato il segretario di Stato, “ritengono che chiunque, si tratti di aziende europee o altre aziende in giro per il mondo, faccia affari con i Guardiani della Rivoluzione o con qualsiasi entità riconducibile ad essi, lo faccia a proprio rischio e pericolo (…) Noi speriamo che le aziende europee e i loro paesi, ed altri nel mondo, si uniscano agli Usa mentre costruiscono una rete di sanzioni che colpiscano certe attività dei Guardiani della rivoluzione i quali fomentano instabilità nella regione e creano distruzione nell’area, sia per quanto concerne il loro coinvolgimento nello Yemen sia anche per la loro intromissione in Siria”.

Il monito di Tillerson agli europei schiude le porte ad una fase agitata delle relazioni transatlantiche. I governi del Vecchio Continente si trovano infatti di fronte ad un dilemma: allinearsi alla volontà trumpiana, o rischiare che quelle imprese comunitarie che hanno deciso di fare affari con Teheran perdano, a causa delle sanzioni che la Casa Bianca introdurrà a breve, l’accesso al mercato americano. Sulla carta, l’alternativa è tra i 400 miliardi di dollari di cui è forte l’economia iraniana e i quasi 20 mila di quella statunitense.

Un ricatto bello e buono, dunque. Cui i governi e le aziende europee saranno costretti a sottostare se non vogliono compromettere bilanci e livelli occupazionali. E i rapporti con un Paese, gli Stati Uniti, il cui presidente è alla disperata ricerca di una politica estera che produca risultati. La lotta contro le nequizie iraniane offre un facile bersaglio alle fauci di Trump, a maggior ragione se a farne le spese sono quegli scrocconi degli europei che si ostinano a non sostenere come dovrebbero i costi di gestione della Nato.

A meno che, naturalmente, l’Europa non imbocchi la strada della resistenza. I governi del Vecchio Continente hanno già messo nero su bianco la loro opposizione ad ogni cambio di passo sull’Iran. Da Federica Mogherini a Theresa May, tutti hanno lasciato intendere la propria preferenza per lo status quo. Il rischio, dicono, è che l’Iran rimetta in moto il programma nucleare e si doti della bomba, eventualità che farebbe precipitare la situazione e aprirebbe un nuovo scenario di crisi oltre a quello spinosissimo della Corea del Nord. Ma dietro ai moniti europei si cela, più che altro, la preoccupazione per le ricadute economiche di un venir meno della distensione introdotta dal Jcpoa. Troppi contratti sono stati firmati perché l’Europa si imbarchi nell’avventura trumpiana.

Non resta che attendere il varo delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. Per capire se e in che modo gli Stati Uniti faranno guerra agli interessi di un continente, l’Europa, di una guerra in Medio Oriente non ne vuole sentir parlare.

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