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L’Europa deve proteggere le proprie imprese. E prima ancora deve farlo l’Italia, che di scalate ne sa qualcosa. Per questo il regolamento europeo che dispone una rete di protezione attorno all’industria del Vecchio Continente, contro i predatori esteri, cinesi, russi, arabi o che siano, è sacrosanto. Ne è più che convinto il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda (nella foto, a destra), che ieri pomeriggio è stato ascoltato dai deputati della commissione Attività produttive, alla Camera per fare il punto sullo stato della normativa europea in materia di investimenti esteri.

DISTRUGGERE I PREDATORI

Calenda ha usato toni piuttosto duri per attaccare le grandi aziende estere che puntualmente entrano nel capitale delle industrie europee. Perché un conto è il libero mercato, un conto è comprare per non valorizzare, è il ragionamento del ministro. E allora, serve il pugno di ferro. “Ci sono molti casi di acquisizioni che portano valori e altri in cui invece distruggono valori: compito del governo è lavorare per distruggere gli investimenti di natura predatoria. Tra quelli positivi penso invece a quelli nel campo della moda dove abbiamo visto crescere investimenti e occupazione”, ha attaccato Calenda, il cui pensiero in Italia si è tradotto nell’applicazione della cosiddetta golden power nella vicenda Tim-Vivendi.

IL TIMING DI BRUXELLES

Di sicuro c’è che Calenda ha fretta nel veder approvate le nuove norme anti-predatori. Per questo oggi è tornato a rimarcare l’importanza del regolamento europeo sugli investimenti. “La bozza è un testo condivisibile che risponde alle sollecitazioni presentate anche dall’Italia. Tutto mi pare improntato al realismo”. Eppure qualcosa in sede europea potrebbe andare storto. Nonostante il pressing del governo italiano, nel corso della discussione preliminare del Consiglio Ue “sono emerse di nuovo alcune differenze di natura ideologica non comprensibili”, ha aggiunto Calenda. Un chiaro monito: sarà difficile mettere tutti d’accordo su un regolamento che di fatto ripropone un aggiornamento del protezionismo.

LO SPRINT SUL GOLDEN POWER

Un altro sintomo del malumore per i tempi lenti dell’Unione europea è arrivato dal fronte del golden power, applicato dall’esecutivo italiano nella partita di Tim. Il governo ha avuto paura che Bruxelles arrivasse tardi e allora ha preferito agire da solo. “Percorrere questa strada è apparso necessario se non doveroso per evitare che i ritardi nel percorso di approvazione del Consiglio Ue mettano a rischio gli interessi nazionali del nostro Paese”, ha rimarcato Calenda. In fin dei conti, “l’Italia è andata
avanti, sul piano nazionale, con l’introduzione della normativa che  recepisce gli stessi principi della bozza di regolamento. Abbiamo fatto una mossa intelligente”.

 

Isiamed

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