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“Prima del tuo arrivo andare alla Casa Bianca era considerato un onore” ha scritto in un tweet LeBron James, il più forte giocatore di basket del mondo, al presidente americano Donald Trump. James gioca con i Cleveland Cavaliers, è un atleta dell’Ohio, e sì, effettivamente, questo genere di polemica è un unicum nella storia americana; ma alle unicità nell’era Trump ci si è abituati.

Tutto (ri)parte dal 22 settembre, dopo un’uscita di Trump durante un comizio elettorale in Alabama: il presidente, infervorato dalla folla dei suoi supporter che lo avvolgeva, ha detto che le squadre dell’NFL – il campionato di football professionistico americano – dovrebbero vietare ai loro giocatori di stare seduti durante l’inno nazionale statunitense che viene suonato all’inizio di ogni partita. Testuale: “Non vorreste vedere uno dei proprietari di quelle squadre dire, quando qualcuno manca di rispetto alla nostra bandiera, ‘Prendete quel figlio di puttana e tiratelo fuori subito dal campo. Fuori. È licenziato’?”.

Le parole di Trump sono velenose, perché quei giocatori seduti hanno deciso di assumere quell’atteggiamento come protesta contro le condizioni di vita dei neri americani, e contro le posizioni prese dall’amministrazione Trump in alcune vicende come per esempio i fatti di Charlottesville (la manifestazione dei suprematisti bianchi sfociata in un atto terroristico in cui è morta una donna). La protesta dei seduti è stata lanciata il 26 agosto del 2016 da Colin Kaepernick, quarterback mulatto dei San Francisco 49ers, che prima dell’amichevole con i Green Bay Packers non si è voluto alzare dalla panchina al momento dell’inno (spiegò: “Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche”).

A quei tempi il presidente era Barack Obama, e dunque è un qualcosa extra-Trump, ma Trump adesso la sta polarizzando (c’entra un richiamo ai suoi elettori, che sono prevalentemente bianchi?). Già in quell’occasione, ancora candidato, criticò Kaepernick, facendo eco alle proteste di coloro che ritenevano offensivo l’atteggiamento del quaterback (fino ai fanatici che bruciavano la sua maglia): il presidente disse che forse Kaepernick avrebbe fatto bene “a trovarsi un paese che gli piace di più”. E la questione fu piuttosto polemizzata per i soliti toni del presidente, e ripresa da chi invece invitava a riflettere più sui contenuti, perché legittimi dicevano questi, che sulla forma del gesto del numero 7 dei 49ers; il tema della violenze sugli afroamericani negli Stati Uniti è ancora caldissimo.

Tornado ai giorni nostri: il 23 settembre, dopo le parole di Trump dall’Alabama, il playmaker dei Golden State Warriors, Stephen Curry, altra stella assoluta del basket NBA, ha fatto sapere di non essere sicuro se andare alla Casa Bianca per la tradizionale giornata di visita dedicata ai vincitori del titolo dell’anno precedente (andato appunto a GSW, che è una squadra di Oakland, che si trova dall’altra parte della baia di San Francisco). Trump ha reagito di nuovo d’istinto, e ha detto di aver ritirato l’invito a Curry (seguono le parole d’apertura di LeBron James).

Più tardi in quello stesso giorno, Bruce Maxwell, poco famoso giocatore della squadra di baseball Oakland Athletics, si è inginocchiato durante l’inno seguendo la posizione che Kaepernick aveva poi adottato durante l’inno per diverse partite della stagione passata. E da lì è stato seguito da alcuni altri, perché il presidente negli ultimi tre giorni non ha fatto cadere la cosa, ma, spintosi ormai troppo oltre, ha anzi alzato i toni, barcollando nel buio di una situazione che ha portato all’esasperazione, prendendosela un po’ con chiunque non stesse dalla sua parte (per esempio il commissioner dell’NFL che ha sottolineato la libertà d’espressione dei suoi giocatori), senza un elemento che può realmente rappresentare un punto di caduta.

Chris Paul, altra stella del basket ha twittato una semplificazione (un po’ piaciona) su cui molti stanno attaccando Trump: “Con tutto quello che succede nel nostro paese, perché ti preoccupi così tanto di chi non si alza per l’inno o non viene alla Casa Bianca?”. Poi ancora James, via Instagram, in un video, s’è detto “frustrato” perché Trump continua a “dividere gli americani”, e stavolta lo ha fatto usando come strumento il mondo dello sport. Domenica, durante un concerto a New York, anche Stevie Wonder e suo figlio Kwame Morris a un certo punto si sono messi in ginocchio: la protesta non dilaga, ma si allarga (200 atleti NFL hanno aderito già domenica 24 settembre). Inginocchiarsi potrebbe diventare un altro, evidente, forte, simbolo anti-Trump.

Il presidente ancora non si ferma e continua a pressare sulla questione, col rischio che esploda davvero contro di lui ed esca dagli stadi; e soprattutto crei ulteriori divisioni nel paese, e continua a coinvolgere gli sport, come il campionato automobilistico Nascar. Domenica sera, sempre via Twitter, da dove dà fuoco ai suoi cannoni anti-inginocchiati, ha fatto sapere di essere orgoglioso di ospitare alla Casa Bianca i Pittsburgh Penguins, vincitori del campionato NHL: “S’è dato all’hockey”, commento di Christian Rocca, diretto dei IL del Sole 24 Ore.

(Foto: White House, Barack Obama e Stephen Curry)

Trump e gli atleti che si inginocchiano durante l'inno nazionale

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