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C’è attesa per il discorso che pronuncerà oggi Papa Francesco a Nay Pyi Taw, la capitale del Myanmar, dopo il primo fuoriprogramma di ieri del pontefice.

L’ARRIVO  E L’INCONTRO CON I MILITARI

Al suo arrivo infatti, ad attenderlo, c’era un ministro della Repubblica del Myanmar, Htin Kyaw, i vescovi birmani e un centinaio di bambini, assieme a gruppi etnici in abiti tradizionali e centinaia di fedeli. Subito è arrivato il primo cambio di programma: invece di passare la giornata in riposo come previsto, Bergoglio ha incontrato subito il generale dell’esercito del Myanmar Min Aung Hlaing, comandante in capo della Difesa, mentre il programma prevedeva l’appuntamento per domani. Assieme al militare, una delegazione formata dai generali Tun Tun Naung, Than Tun Oo e Soe Htut, dal colonnello Aung Zaw Lin e da un traduttore della Chiesa cattolica birmana. I militari controllano infatti ancora i tre ministeri chiave del Governo, difesa, interni e controllo delle frontiere, dopo la caduta della dittatura durata quasi sessant’anni.

COSA È EMERSO DAL COLLOQUIO

L’incontro è avvenuto in forma privata, attorno alle 12.30 ora italiana, ed è durato circa un quarto d’ora. Il contesto è quello di una “politica” di riconciliazione nazionale, auspicata da Bergoglio, che coinvolga gli stessi militari. Alla fine del colloquio il Papa ha così donato al generale la medaglia del viaggio apostolico, mentre il generale ha regalato al Papa un’arpa a forma di barca e una ciotola di riso decorata. “Si è parlato della grande responsabilità delle autorità del Paese in questo momento di transizione”, ha riassunto il portavoce della Santa Sede Greg Burke. Così finalmente il resto della giornata il pontefice ha deciso di dedicarlo al riposo, visti anche gli intensi appuntamenti dei prossimi giorni. Considerato inoltre che in Myanmar non c’è ancora una nunziatura, in quanto le relazioni diplomatiche risalgono soltanto allo scorso maggio, il Pontefice alloggerà a Yangon, nella residenza dell’arcivescovo.

I PONTEFICI IN MYANMAR E LE PAROLE DI BERGOGLIO

È la prima volta che un pontefice visita il Myanmar, mentre è la terza volta che Francesco si reca in estremo Oriente, dopo la visita alla Corea del Sud nel 2014 e quella in Sri Lanka e Filippine nel 2015. In Bangladesh, invece, vi andarono già Paolo VI nel ’70 e Giovanni Paolo II nell’86. Alla vigilia della partenza, domenica durante l’Angelus, il Papa ha chiesto ai fedeli di “accompagnarmi spiritualmente perché la mia presenza sia per quelle popolazioni un segno di vicinanza e di speranza”, assieme a un tweet che diceva: “Mentre mi preparo a visitare il Myanmar e il Bangladesh, desidero inviare una parola di saluto e di amicizia ai loro popoli. Non vedo l’ora di potervi incontrare!”.

L’OBIETTIVO DEL PAPA E IL CONTESTO INTERNAZIONALE

L’obiettivo di Papa Francesco è quindi dare un segnale di unità alla popolazione, in un momento caratterizzato da forti tensioni nel Paese. Al primo posto dei riflettori internazionali, infatti, c’è la questione dei Rohingya e la loro fuga verso il Bangladesh, per la quale il Papa è già stato allertato più volte di non pronunciare quel termine, pena il rischio di smuovere delicati equilibri politici e provocare ripercussioni negative sulla stessa minoranza perseguitata. Gli Stati Uniti invece, da parte loro, hanno accusato i militari del governo birmano di “pulizia etnica”, e Amnesty international ha parlato di “crimini contro l’umanità”. L’esercito del Myanmar ha invece sempre respinto ogni accusa di omicidi, stupri, torture e sfollamenti, mentre lo scorso 27 agosto, subito dopo gli attentati, Bergoglio aveva lanciato un appello dal balcone di piazza san Pietro, in cui affermava: “Sono arrivate tristi notizie sulla persecuzione della minoranza religiosa dei nostri fratelli Rohingya. Tutti noi chiediamo al Signore di salvarli e di suscitare uomini e donne capaci di salvarli e che gli diano il loro aiuto”. Proprio negli ultimi giorni, tuttavia, Birmania e Bangladesh hanno firmato un’intesa per il ritorno nel Rakhine degli oltre seicentomila sfollati.

L’ATTESA PER IL DISCORSO DI DOMANI

Oggi a Nay Pyi Taw verrà così pronunciato il discorso più atteso di Bergoglio, davanti alla leader birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e oggi consigliera di Stato e ministro degli Esteri. Se non parlerà di Rohingya, come ci si aspetta, certamente pronuncerà parole nette in difesa della dignità di ogni persona e in particolare delle minoranze. Alle quali appartengono in Myanmar, peraltro, anche cristiani, come lo sono in prevalenza i 120.000 sfollati di etnia Kachin, che vivono nei campi profughi da oltre sei anni a questa parte. Il pontefice però ha ormai abituato tutti a improvvisazioni e colpi di scena, al punto che ieri a Tv2000 il cardinale Charles Maung Bo ha ribadito: “Ho avvertito il Papa. Gli ho detto che sia il governo che i militari, ma anche la gente in generale, soprattutto gli appartenenti alla polizia, non gradiscono questo termine. Se usi questa parola vuol dire che sposi completamente la loro causa. Anche se io stesso ho cercato di spiegare loro che se dovesse usarla, non vuol dire che il Papa voglia interferire nella politica interna birmana, ma semplicemente lo fa per una particolare simpatia verso queste persone che stanno soffrendo. Potrebbe farlo ma solo per indicare di chi stiamo parlando”.

LE PAROLE DEL CARDINALE PAROLIN

Il Segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin, da parte sua, ha sottolineato: “In Myanmar e Bangladesh la comunità cattolica costituisce una minoranza all’interno di maggioranze rispettivamente musulmana e buddista. È logico che il Papa incoraggerà queste comunità, oltre a confermarle nella fede, a essere una presenza di pace, di riconciliazione e di solidarietà all’interno della loro società quindi a lavorare soprattutto per il bene comune”. In un’intervista al Ctv ha poi aggiunto che, Francesco, inviterà a trovare “una soluzione duratura di questi problemi, soprattutto per quello che riguarda lo Stato di Rakhine in Myanmar e i profughi che vivono questa situazione. Una soluzione duratura che venga ricercata da parte di tutti gli attori, di tutti i protagonisti in spirito umanitario, tenendo conto anche dell’importanza per la gente, per la popolazione, di avere una nazionalità e sapendo che solamente questa soluzione duratura può offrire stabilità, pace e sviluppo a quella zona e a tutte le zone di conflitto”.

IL RACCONTO DI TORNIELLI

La capitale che visiterà il Papa, ha raccontato Andrea Tornielli su La Stampa, è una città “costruita dal nulla in pochi decenni e abitata da un milione e mezzo di persone, per lo più funzionari militari, personale impiegato nei ministeri e i loro familiari. È una sorta di città ‘proibita’ ai giornalisti occidentali che non possono entrarvi. Ed è stata costruita per essere pronta ad affrontare gli attacchi: ci sono strade enormi a dieci corsie che possono essere utilizzate come piste di atterraggio e decollo per velivoli militari, il nucleo dei palazzi del potere politico e istituzionale è circondato da un fossato”.

IL VIAGGIO IN AEREO

Il pontefice è arrivato nella mattina di ieri a Yangon, capitale del Myanmar, poco prima delle 8.00 (13.30 ora locale), dopo circa 10 ore di volo a bordo dell’airbus 330 di Alitalia con il quale solitamente viaggia assieme ai giornalisti, decollato ieri sera alle 22.10 dall’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma. “Grazie per la vostra compagnia e grazie per il vostro lavoro che sempre semina tanto bene. Vi auguro un buon soggiorno. Mi dicono che è troppo caldo. Mi dispiace. Almeno sia fruttuoso” ha detto ai giornalisti, visto che all’atterraggio c’erano 32 gradi con il 72 per cento di umidità. Dall’aereo il Papa ha poi inviato anche un messaggio al presidente italiano Sergio Mattarella, in cui ha affermato che prega “per il popolo italiano, affinché possa guardare al futuro con fiducia e speranza, costruendo il bene comune nell’attenzione ai bisogni di tutti i cittadini”. Radio Vaticana ha precisato che sono stati inviati telegrammi di saluto anche agli altri Paesi sorvolati dall’aereo papale.

L’ANALISI DEL VATICANISTA POLITI

In tutto ciò, il viaggio papale “non nasce da un’improvvisazione”, ha spiegato il vaticanista Marco Politi su Il Fatto quotidiano. “L’Asia per la Chiesa cattolica è il grande interlocutore del prossimo futuro. Pensare ad una conversione – verificatasi solo in zone delimitate, le Filippine ad esempio – non è immaginabile. Dunque il cattolicesimo e il cristianesimo deve fare i conti e confrontarsi sul serio con antiche culture, religioni profondamente radicate, filosofie di vita praticate da millenni”, ha continuato. Toccando in questo caso un “fenomeno esploso con violenza con la fine del Ventesimo”, ovvero “il fondamentalismo violento e intollerante di religioni sin lì vissute sostanzialmente in modo non violento”, che “nel Myanmar si è manifestato con la nascita di un buddismo estremista e aggressivo”. E, ha concluso il giornalista, “alla causa dei Rohingya papa Francesco porta il suo appoggio non solo parlandone con i vertici politici del Myanmar ma visitandone un campo profughi nel Bangladesh sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale. E’ un messaggio anche al mondo islamico”.

L'arrivo di Bergoglio in Myanmar, tutti i dettagli

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