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Nuovo giro di vite degli Stati Uniti nei confronti del regime di Kim Jong-un. Con un atto che era nell’aria da tempo, Donald Trump ha reinserito ieri la Corea del Nord nella lista dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo, misura dal valore simbolico ma che rafforza la politica americana di “massima pressione” nei confronti di Pyongyang. Il Nord si aggiunge così a Siria, Sudan e Iran nell’elenco di quelli che Washington considera Stati canaglia, e verso i quali prende provvedimenti incisivi.

La mossa di Trump era stata annunciata dalla portavoce Sarah Huckabee Sanders alla vigilia della partenza del presidente per il lungo viaggio in Asia che due settimane fa lo ha condotto in Corea del Sud, Giappone, Cina, Vietnam e Filippine. Un tour che è servito al capo della Casa Bianca per assicurarsi il sostegno dei paesi chiave del Pacifico alla sua politica di accerchiamento diplomatico della Corea del Nord. Come ha fatto capire durante il suo discorso al parlamento di Seul, quando ha invitato Kim a scendere a patti, è chiaro che Trump sta cercando una convergenza internazionale verso l’unico approccio possibile alla crisi nucleare con il Nord: isolare Pyongyang, schiacciandola sotto la morsa delle sanzioni e costringendola così a ritornare al tavolo delle trattative.

La decisione di ieri ripristina uno status quo ante risalente al 2008, anno in cui l’allora presidente George W. Bush depennò la Corea del Nord dalla lista – in cui era stata inserita vent’anni prima da Ronald Reagan a seguito di un attentato, attribuito ad agenti di Pyongyang, su un aereo di linea della Corea del Sud – a seguito di un accordo con il quale il leader supremo dell’epoca e padre dell’attuale presidente, Kim Jong-il, accettava la denuclearizzazione in cambio della rimozione del suo paese dall’elenco degli Stati sponsor del terrorismo e di aiuti internazionali. A seguito dell’intesa, cui si era opposto strenuamente il vice-presidente Dick Cheney, la Corea del Nord palesò le sue buone intenzioni demolendo, alla presenza delle telecamere della Cnn, una torre di raffreddamento del reattore nucleare di Yongbyon. Ma si trattò di un passo falso del governo americano, costretto a constatare poco tempo dopo di essere caduto nell’ennesimo inganno da parte di un regime che non appare affatto intenzionato a rinunciare all’asso nella manica rappresentato da quegli armamenti non convenzionali che gli permettono di tenere sotto scacco la superpotenza e minacciare i vicini del Sud e del Giappone.

Gli anni successivi segnarono l’escalation di un programma nucleare e missilistico che ha registrato una decisa accelerazione sotto la presidenza Trump. Il 3 settembre scorso Pyongyang ha compiuto il sesto test nucleare della sua storia, il più potente di sempre, mentre tra agosto e settembre ha lanciato due missili balistici sui cieli del Giappone. Atti che hanno indotto la comunità internazionale a prendere immediate contromisure, varando in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu due tornate di sanzioni punitive. Subito dopo, scattava l’inedito scambio di accuse ed epiteti tra Trump e Kim Jong-un, con il primo a minacciare “fuoco e furia” e l’altro che bollava il suo avversario come “vecchio rimbambito”. Una fiammata retorica che ha allarmato il mondo, facendo materializzare lo spettro di una guerra atomica innescata da una diatriba fuori controllo.

Ora gli Stati Uniti compiono una nuova mossa che ha valore più simbolico che effettivo. L’inserimento della Corea del Nord nella lista dei paesi terroristi prelude a nuove sanzioni, che saranno annunciate oggi dal Dipartimento del Tesoro, che non cambiano la situazione esistente ma servono, più che altro, a lanciare un messaggio di fermezza. Per confermare la propria risolutezza nell’affrontare una crisi intollerabile, l’America prende di mira i comportamenti più aggressivi del suo nemico asiatico, nella fattispecie l’omicidio del fratellastro del leader del Nord, Kim Jong-nam, ucciso con il gas nervino all’aeroporto di Kuala Lumpur lo scorso febbraio, e le torture nei confronti dello studente statunitense Otto Warmbier, arrestato due anni fa con un pretesto, recluso per diciassette mesi e rimandato in fin di vita a giugno negli Stati Uniti, dove è deceduto subito dopo. Nelle dichiarazioni con cui annunciava il provvedimento, preso durante il consiglio dei ministri di ieri, Trump ha sottolineato che la misura vale a rafforzare “la campagna per la massima pressione per isolare questo regime assassino”, che si è “ripetutamente” macchiato di crimini e che, per questo, merita “ulteriori sanzioni e penalità”. Come ha evidenziato il segretario di Stato Rex Tillerson, la designazione serve “a rafforzare la pressione sul regime di Kim (…) il tutto con l’intenzione di fargli capire che la situazione può solo peggiorare fino a quando non è pronto a parlare”.

La mossa di Trump è stata salutata con soddisfazione dall’alleato di ferro giapponese. “Il nostro paese”, ha chiosato stamattina il primo ministro Shinzo Abe, “dà il benvenuto e appoggia la decisione Usa di reinserire la Corea del Nord nella lista degli Stati che sponsorizzano il terrorismo”. Unanime il consenso negli Stati Uniti. Per un falco repubblicano come l’ex ambasciatore all’Onu John Bolton, più volte candidato ad entrare nella squadra di governo di Trump, questa è “ esattamente la cosa giusta da fare”, poiché “è importante dire la verità su questo regime”. La decisione ha incontrato anche il favore di Christopher R. Hill, che nel 2008 persuase Bush a stringere l’accordo con la Corea del Nord che portò alla sua uscita dalla lista: al New York Times Hill ha dichiarato di essere “sorpreso che ci sia voluto così tanto tempo”.

La Corea del Nord fra gli Stati-canaglia secondo Trump, che cosa cambierà per Kim

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