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Già il titolo lascia intuire il giudizio: “La tattica del temporeggiare di Draghi” scrive oggi il quotidiano economico Handelsblatt. Ora, è vero che solo una minoranza di economisti e commentatori si attendeva veramente un deciso cambio di corso nella politica monetaria da parte del presidente della Bce Mario Draghi. Un barlume di speranza, che questo potesse avvenire, ci deve essere però stato, visti i commenti piuttosto delusi se non irritati che si leggono oggi sui quotidiani e siti tedeschi. E l’annuncio da parte di Draghi, ieri a Francoforte, che ciò avverrà in autunno, precisamente a fine ottobre, è magra consolazione.

“Se non allora quando?” si chiede pertanto l’agenzia Reuters riferendosi al posticipato D-Day, previsto per il 26 ottobre. Reuters ricorda che il programma di Quantitative Easing, cioè dell’acquisto dei titoli di Stato per impedire speculazioni finanziarie, e l’annessa politica dei tassi oggi sotto zero, scade a fine anno. Dal marzo 2015 a oggi, sono stati acquistati titoli di Stato per un ammontare complessivo di 2,28 billioni di euro. “Ora non resterà più molto tempo per preparare gli azionisti che operano in Borsa sulle future modalità di transazioni”.

Secondo la Süddeutsche Zeitung “Draghi gioca alle tre tavolette con il mondo”. Il quotidiano di Monaco si mostra irritato non solo perché una volta ancora è stata rimandata la presentazione di quel che sarà la nuova strategia monetaria, “anche se in passato aveva già fatto chiaramente intendere che non vi sarà una svolta a 180 gradi”. C’è poi l’annuncio riguardo ai tassi di interesse, piaciuto ancora meno. “Draghi ha fatto sapere in modo inequivocabile che i tassi di interesse resteranno invariati a lungo anche dopo la fine del programma. Il che vuol dire che resteranno cementificati almeno fino al 2019”.  Già, ma perché si chiede l’articolo della SDZ: “A ben vedere l’attuale politica monetaria è più lasca di quanto non fosse durante la crisi finanziaria. E si che nel frattempo l’eurozona è tornata a crescere. Secondo le stime più recenti si attesterebbe al 2,2 per cento, il che costituirebbe il valore più alto dall’inizio, nel 2007, della crisi finanziaria mondiale. Se si seguissero i manuali di economia, Draghi avrebbe dovuto da tempo interrompere questo ingente flusso di soldi a poco prezzo. Lui però ribatte: “Dobbiamo assolvere il nostro mandato e riportare il tasso di inflazione al 2 per cento”.  Già, e se si verificasse improvvisamente una recessione?, si chiede in conclusione la SDZ, cosa farebbe la Bce, visto che “nel frattempo ha sparato tutte le munizioni di cui disponeva?”.

Lo Spiegel online titola invece “Draghi contro la paura tedesca”. “Mica oserà rifarlo un’altra volta… e invece si, Draghi l’ha fatto”, è il commento lapidario dell’articolo. Secondo il sito del settimanale, al presidente della Bce sembra importare poco che il suo operato non faccia altro che alimentare le ansie dei tedeschi e la loro avversione nei suoi confronti. “Eppure”, sottolinea Spiegel online, “non sono mancati negli ultimi tempi appelli quasi disperati”. Handelsblatt giovedì scorso aveva titolato: “Va cambiata la politica dei tassi di interesse!”. Un appello sostenuto anche dai gran visir della finanza tedesca. Tra questi John Cryan, boss della Deutsche Bank, Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, e Axel Weber, suo predecessore. E anche i giudici dell’Alta Corte si erano fatti sentire, avanzando il sospetto che attraverso l’acquisto di titoli di stato si stesse praticando una sorta di finanziamento occulto – e illegale – di alcuni stati. Appelli che si sono moltiplicati soprattutto in funzione del risparmiatore tedesco, preoccupato e irritato dei tassi negativi sui suoi capitali investiti nei fondi pensionistici. Attraverso un tweet il direttore del Handelsblatt Gabor Steingart fa sapere che secondo lui “la politica monetaria perpetrata dalla BCE costituisce per la Germania il più ingente programma di esproprio dai tempi dello smantellamento industriale nell’Urss e della collettivizzazione forzata nella DDR. Peccato che la rabbiosa insurrezione tedesca non sia servita a nulla” concludeva questa carrellata lo Spiegel online.

E delusi della decisione comunicata ieri da Draghi a Francoforte si sono mostrati anche gli economisti tedeschi. Interpellato dal Handelsblatt, Friedrich Heinemann dell’istituto economico ZEW si è mostrato più che sconcertato. Nonostante sia assolutamente necessario cambiare al più presto l’attuale strategia, si è dovuto apprendere che vi potrebbe addirittura essere un ampliamento del programma di acquisti. Forse, cercava di spiegare Heinemann, per via dell’ulteriore rafforzamento dell’euro che potrebbe aver impaurito i membri del board della Bce. “Solo che questo rafforzamento non è motivo sufficiente prolungare l’attuale politica monetaria”. Per Isabel Schnabel, membro del Comitato dei saggi che affianca il governo tedesco, la Bce continua a lasciare nell’incertezza i mercati “e ha perso di nuovo l’occasione di comunicare e avviare il processo di uscita dal programma di acquisti”. Il che rende, sempre secondo Schnabel, un cambio di rotta nella politica monetaria sempre più difficile, “accrescendo al contempo i rischi di instabilità finanziaria”.

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