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In vista del referendum per l’autonomia in Lombardia non si avverte un clima elettorale particolarmente teso. Sarà perché le politiche (e le regionali) sono ancora lontane, sarà perché il referendum non è vissuto come un appuntamento decisivo, sarà perché le scelte di voto attraversano gli schieramenti tradizionali e dividono gli stessi partiti, sarà perché, a differenza del Veneto, non è richiesto nessun quorum. Ma sarebbe sbagliato liquidare questo appuntamento come una farsa e uno spreco di quattrini.

In primo luogo perché le vicende catalane hanno indirettamente riabilitato la strategia della trattativa in materia di autonomia tra Stato e Regioni e hanno inequivocabilmente sdoganato al Lega come “partito nazionale”. Il fatto che il referendum non sia vissuto come il passaggio del Rubicone non conferisce all’evento un carattere di stretta necessità, ma neppure di inutilità essendo largamente condivisa l’idea che l’amministrazione pubblica funzioni meglio se alcune sue funzioni sono affidate alle strutture locali, che sono considerate assai più virtuose e trasparenti di quelle centrali e possono essere oggetto di un maggior controllo da parte dei cittadini. È ovvio che al passaggio delle funzioni deve corrispondere il trasferimento delle risorse che amministrate in modo più efficiente dovrebbero garantire un ritorno quantomeno in termini di minore pressione fiscale locale. Lo stesso ragionamento dovrebbe poi valere anche per gli enti locali.

È vero che in teoria si sarebbe potuto aprire già un confronto tra Regioni e Governo centrale ma, obiettano i promotori, presentarsi con “mandato popolare” conferisce maggiore autorevolezza, soprattutto nel momento in cui per creare le condizioni favorevoli ad un rilevante spostamento di risorse, bisogna far valere autorevolezza e rappresentatività politica. Del resto riesce difficile pensare oggi (e forse anche per il futuro) ad un Governo che promuove “sua sponte” un processo di decentramento reale. Le stesse forze sociali come le organizzazioni imprenditoriali e quelle sindacali lombarde, salvo alcune eccezioni, hanno posizioni sfumate e lasciano la scelta di voto all’autonomia di giudizio degli associati.

Fra i partiti la situazione più articolata è nel PD che vede convivere la linea dell’apparato che invita a disertare le urne con quella più pragmatica dei sindaci che non vogliono lasciare al centro destra (schierato per il sì nonostante il parere di Giorgia Meloni) la bandiera dell’autonomia, condivisa dalla grande maggioranza dei cittadini. Ma l’esito del voto, che per la prima volta sarà “informatico”, produrrà conseguenze politiche significative. Il sì è scontato ma non altrettanto il numero dei partecipanti. A differenza di quanto deciso dalla Regione Veneto non vi è un quorum necessario, il che è più coerente con la natura consultiva del referendum ma il risultato proietterà effetti importanti sulla futura elezione del Presidente della Regione.

In generale si può dire che tanto più l’affluenza ai seggi si avvicinerà o supererà la soglia del 51%, tanto più Roberto Maroni potrebbe guardare con maggiore ottimismo alla sua rielezione mentre una bassa partecipazione sarebbe un campanello di allarme. D’altra parte il futuro candidato del PD a Palazzo Lombardia, Giorgio Gori, non ha molto da perdere qualunque sia l’esito del voto perché l’obiettivo di una maggiore autonomia delle Regioni rientra nel suo programma ed è largamente condivisa dalla gran parte dei cittadini comuni a cui Gori si dovrà rivolgere per vincere una battaglia che dovrà combattere ben al di là degli steccati del centro sinistra.

Infine, c’è da osservare che in questa vicenda è sostanzialmente scomparsa la rivendicazione del “Federalismo delle Regioni”. Forse si è fatta strada la consapevolezza che il vero federalismo da realizzare sarà quello dell’Unione Europea cui gli Stati nazionali dovranno conferire i loro poteri fondanti.

Referendum in Lombardia, ecco la vera posta politica in gioco

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