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Davvero curiosi questi liberal americani. Alla mattina, in nome di una idea distorta di “multiculturalismo”, sono disposti a considerare tutte le culture del nostro pianeta come se fossero sullo stesso piano, a sorvolare su conquiste occidentali come i diritti umani e civili, la democrazia e la laicità, a descrivere il mondo come una melassa relativista in cui tutto si equivale. Al pomeriggio però gli stessi relativisti si scoprono ben poco tolleranti per la cultura mondiale che fu, addirittura diventano accecati dall’odio alla sola vista di una statua di Cristoforo Colombo, non possono sopportare nemmeno l’idea di passare accanto a un signore vissuto più di cinque secoli fa e oggi accusato di razzismo e schiavismo, ridotto a un potenziale “simbolo di odio” (per usare le parole del sindaco democratico di New York, Bill De Blasio (nella foto), che ha avviato una revisione ufficiale di tutte le statue e i simboli esposti in città). Ecco qui plasticamente rappresentata una degenerazione del relativismo che – auspicando la tabula rasa della storia oltre che dei monumenti urbani – finisce per minacciare lo stesso pluralismo che ancora rende grande il nostro mondo.

Questo ennesimo assalto al pluralismo è nato decenni fa da un’aperta contestazione della storia occidentale e da una riduzione del nostro passato a “storia di oppressione”; è stato svezzato poi all’inizio degli anni 2000 in alcuni campus americani grazie alla caccia alle streghe condotta in nome del “politicamente corretto”; infine giunge oggi alla maggiore età e deborda nel mare più grande della nostra società attraverso la battaglia iconoclastica in corso. D’altronde rifiutare la convivenza di idee diverse e a volte confliggenti fra loro, così come leggere e condannare la storia di qualche secolo fa al cospetto del tribunale del bon ton di oggi, sono pratiche tutt’altro che pluralistiche. E ben poco progressiste, dovrebbe sapere chi conosce almeno un po’ il portato che le scoperte geografiche hanno avuto sulla storia del mondo. Nel suo insuperato libro Storia dell’idea di Europa, lo storico italiano Federico Chabod assegnò proprio alle scoperte fatte da Cristoforo Colombo e da decine di suoi colleghi un ruolo decisivo nel determinare “una rivoluzione completa nel modo di pensare” degli europei. Il trampolino necessario verso una mentalità che “movendo dal concetto di progresso e da quello di svolgimento (completamente sconosciuti alla mentalità del Rinascimento) afferma che la vita moderna è più ricca, complessa e quindi alta di quelle delle età passate, come quella che ha accolto in sé tutto il succo fecondo di quelle età, tutte le loro “conquiste”, ma vi ha pure aggiunto qualcosa che a quelle mancava. Insomma, per dirla con Giordano Bruno i veri antichi (cioè i saggi) siamo noi. […] Ora, nel determinare una siffatta rivoluzione, le scoperte geografiche, con l’ampliarsi del mondo fisico che dava a conoscere, appunto, ‘infinite meraviglie non conosciute dagli antichi’, ebbero senza dubbio peso decisivo”. Quella sinistra americana che oggi sogna di cancellare le “età passate”, che vuole rigettarne “il succo fecondo”, che vuole rinnegare “complessità e ricchezza” della nostra storia, compie esattamente un’operazione inversa a quella di coloro che animarono l’epoca delle scoperte geografiche. Questi liberal sembrano insomma disposti ad abiurare il principio del pluralismo e la cultura del progresso per espiare il loro senso di colpa.

Una tale operazione – lo abbiamo detto – è comprensibile alla luce di quella che Arthur Brooks, sul New York Times, è tornato di recente a definire come la crisi auto indotta della civiltà occidentale. Comprensibile, ma non giustificabile. Che poi tale operazione diventi anche materialmente possibile, invece, è un fatto che dovrebbe interrogare da vicino le scuole, gli atenei e i giornali americani, cioè i luoghi in cui la cultura contemporanea degli Stati Uniti è nata e cresciuta. Se un gruppo di militanti e un sindaco di una città come New York si sentono in diritto di riscrivere la storia con i criteri della giustizia sociale di oggi – un po’ come se noi italiani valutassimo se abbattere o meno il Colosseo in ragione del fatto che i romani ci fecero esibire degli schiavi qualche secolo fa, violando la nostra concezione contemporanea di dignità umana – allora forse il sistema educativo americano dovrebbe procedere a un esame di coscienza. A partire dalle facoltà umanistiche di alcuni blasonati atenei dell’Ivy League. Che cosa hanno spacciato ai loro allievi e ai loro lettori al posto della Storia?

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