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Cosa c’entra Alice Weidel con l’AfD, l’Alternative für Deutschland? A vederla, dà l’idea di essere una donna moderna, di ampie vedute, liberale, quasi cosmopolita. Una donna dinamica di 38 anni; sempre molto elegante e curata nell’abbigliamento; che vive in Svizzera (o meglio è registrata lì anche se lei stessa sostiene di vivere sul Lago di Costanza) insieme a una donna regista dello Sri Lanka e i loro due figli; che si è laureata in economia con una tesi sul sistema pensionistico cinese, ha fatto ricerca in Cina, lavorato per Goldman Sachs e oggi fa la consulente di start up già affermate in procinto di espandersi.

Lei ha sempre dichiarato di essere entrata nell’AfD perché condivideva la battaglia contro la politica dell’eurozona, a iniziare dai salvataggi della Grecia, battaglia del professore di economia Bernd Lucke. Il professore nel frattempo ha lasciato il partito perché non condivideva il suo sbilanciamento a destra.

Weidel ha sempre respinto le accuse di aver abbracciato a sua volta posizioni di destra, e nei talk show ha sempre cercato di mettere in primo piano i temi (macro) economici (una volta, assai irritata, aveva abbandonato una trasmissione, visto che continuavano a farle domande sull’orientamento politico suo e del partito). Peccato che come Alexander Gauland stesso, l’altro candidato di punta dell’AfD, ha ammesso qualche giorno fa “il partito è troppo giovane” per avere idee e proposte strutturate sulle pensioni, sull’istruzione e altri temi specifici.

E così come lei non è neonazista, non lo è nemmeno il partito. La dimostrazione più lampante di ciò è lei stessa, sostiene. Nonostante le sue scelte affettive, il partito e la base l’hanno accettata come una figura guida. Cosa che però non toglie che uno dei pilastri politici dell’AfD sia la protezione della famiglia tedesca nella sua forma classica.

A differenza di Lucke, Weidel non solo non se ne è andata dall’AfD, non si è mai nemmeno distanziata dalla crescente radicalizzazione, adattandosi piuttosto al cambio di rotta. Così anche i temi economici finiscono per vestirsi di un linguaggio vieppiù ruvido. Secono Weidel c’è un esercito di milioni di migranti ignoranti provenienti dal vicino Oriente e dall’Africa che approfittano del sistema previdenziale nel quale il contribuente tedesco ha versato per tutta una vita. Sul suo account Facebook si legge che i profughi non dovrebbero avere diritto all’assistenza sanitaria; che i turchi a favore del presidente Erdogan andrebbero rispediti in Turchia; infine, sembra che per lei islam e islamisti siano la stessa cosa. Per la morte di una studentessa a Friburgo per mano di un profugo afghano di 17 anni ha indicato Merkel come principale colpevole, accusandola inoltre di essere una “trafficante di esseri umani”. Infine, il giorno della sua elezione a candidato di punta dell’AfD aveva assicurato ai delegati: “Siamo democratici e siamo patrioti… e in quanto tali non ci faremo tappare la bocca. È tempo che il politically correct finisca nella discarica della storia”.

Ciò nonostante lei continua a definirsi una liberal-conservatrice. Un controsenso che incarna però bene. Da una parte aizza gli animi dei suoi, dall’altra si mostra sorpresa quando l’accusano di stare nella stessa barca di Björn Höcke, l’esponente di punta dell’ala più radicale del partito, molto vicina ai sovranisti. E quando contro Höcke è stato aperto un procedimento disciplinare per frasi ammiccanti al passato nazista, lei anziché sostenere la richiesta di espulsione della sua (oggi ex) amica Frauke Petry (una dei due leader che oggi in conferenza stampa ha spiazzato anche i suoi, comunicando che visto la radicalizzazione del partito, in parlamento, non siederà nei banchi dell’AfD) si è astenuta, lasciando agli altri la decisione.

Sarà dunque interessante vedere ora il ruolo che rivestirà nel nuovo Bundestag e come “darà la caccia” (espressione di Gauland) ai colleghi degli altri partiti.

alice weidel, afd

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