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Il nubigrafio di Livorno della scorsa settimana – che ha causato la morte di 8 persone – potrebbe non essere l’ultima tragedia di questo tipo con cui l’Italia sarà chiamata a confrontarsi nei prossimi anni. Anzi, purtroppo, è probabile che non lo sia, considerato quanto sia grave nel nostro Paese il problema del dissesto idrogeologico. E considerate pure le lungaggini burocratiche e la lentezza politico-amministrativa con cui si sta provando a intervenire. L’emergenza riguarda un bel pezzo del Paese, compresa Roma, come ha affermato a Repubblica il capo struttura di missione contro il dissesto idrogeologico #Italiasicura Erasmo D’Angelis (nella foto): “A Roma sono a rischio da 250.000 a 300.000 cittadini. I canali sono spesso tombati anche dai rifiuti e non e trattengono più le acque. La tragedia di Livorno potrebbe ripetersi anche a Roma se non si interviene con opere strutturali e manutenzione straordinaria“.

UNA BUROCRAZIA AL RALLENTATORE

Una situazione già pesantissima aggravata ulteriormente dalle lentezze della nostra macchina pubblica, come dimostra pure il funzione della struttura di missione #Italiasicura:  da una parte il governo – o chi per lui – che investe i soldi per cercare di risolvere il problema e dall’altra la burocrazia che si mette in mezzo e che alla fine riesce a bloccare, o quantomeno a ritardare, il concreto utilizzo delle risorse stanziate. Una schema piuttosto comune in Italia, che si sta ripetendo pure nella battaglia contro il dissesto idrogeologico. Per la quale i fondi previsti ammontano a 7,6 miliardi di euro per il periodo 2015-2023 mentre quelli realmente spesi a cifre nettamente inferiori. Giusto per fare un esempio, nel 2017 sono stati usati finora solo 114,4 milioni: una goccia d’acqua se si considerano le esigenze del nostro Paese, tristemente confermate dalla tragedia di Livorno.

IL PIANO CONTRO IL DISSESTO

Difficoltà ben note a Palazzo Chigi dove, non a caso, nel 2014 – con il governo di Matteo Renzi – si decise di costituire una struttura di missione ad hoc. La quale, da allora, ha cercato di sbloccare i lavori in tutto il Paese ma con risultati che, per ora, non possono ancora considerarsi soddisfacenti. E il problema è ancora una volta rappresentato dalla burocrazia e dalle procedure troppo lente o farraginose. “Abbiamo potuto autorizzare solo le opere di cui avevamo il progetto esecutivo, fornitoci dagli enti locali“, ha dichiarato a Repubblica lo stesso D’Angelis che di #Italiasicura è tornato ad essere il capo dopo la parentesi da direttore de l’Unità. Ma ovviamente solo in pochissimi casi le segnalazioni arrivate dalle regioni risultavano provviste del necessario progetto esecutivo.

LE INADEMPIENZE DELLE REGIONI

Basta consultare i dati ufficiali per rendersi conto di quanto le cose, da questo punto di vista, non abbiano funzionato. Quando il governo lanciò ufficialmente il piano, le regioni sollecitarono nel complesso 8.926 interventi. Tuttavia solo nel 6% dei casi le richieste erano munite pure del progetto esecutivo. E la conseguenza è stata di non poter avviare la stragrande maggioranza dei lavori, con tutte le ripercussioni del caso. Talvolta, purtroppo, anche drammatiche.

QUELLA PESANTISSIMA EREDITA’

Una situazione già complicatissima sulla quale pesa non poco l’eredità di ciò che non è stato fatto in passato, quando di prevenzione non si parlava neppure. Per 70 anni, in pratica, l’Italia ha speso risorse ingentissime per affrontare le emergenze e quasi nulla per evitare che si verificassero. Detta in termini più concreti, dal secondo dopoguerra in poi ogni anno si sono verificati danni per tre miliardi e mezzo di euro ma – sempre in questo stesso periodo – l’Italia ha speso in prevenzione strutturale neppure il 10% di quella cifra: e, cioè, meno di 300 milioni l’anno. Uno dei peggiori vizi del nostro Paese che, peraltro, ci è costato anche carissimo, considerato che la prevenzione conviene economicamente e  consente pure di evitare il ripetersi di certe tragedie.

LE NECESSARIE SEMPLIFICAZIONI

Investire i soldi, però, non basta come si sta vendendo chiaramente negli ultimi anni. Oltre a ciò occorre anche varare un deciso piano di semplificazioni dal punto di vista delle procedure di diritto amministrativo per far sì che i risultati perseguiti possano essere realizzati con il minor numero possibile di passaggi burocratici. Un obiettivo da centrare pure con l’apporto dei privati che in alcuni casi con il loro comportamento finiscono per contribuire all’allungamento dei tempi. In tal senso si può citare la cosiddetta norma Bisagno (dal nome del fiume ligure che ha più volte seminato distruzione in quella zona) contenuta nello Sblocca Italia: prevede che per le opere di prevenzione dal rischio idrogeologico gli eventuali ricorsi presentati dalle imprese non vincitrici non possano bloccare l’iter ormai avviato. Prima le gare si interrompevano, mentre ora non più. O almeno non dovrebbero. Giusto un esempio per dire che, con qualche buona legge – e tanta buona volontà -, la mala-burocrazia si può combattere.

La tragedia di Livorno potrebbe ripetersi anche a Roma. Parola di super esperto

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