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Un nuovo accordo commerciale tra Cina e Stati Uniti, una nuova smentita della linea dura di Trump sul protezionismo. Dopo più di dieci anni di preparazione, giovedì il Dipartimento americano dell’Agricoltura ha dato l’annuncio di “un accordo storico”. Da oggi il riso americano potrà essere esportato in Cina. Riesce difficile immaginare che proprio la Cina abbia bisogno di importare il riso, presente mattina, pomeriggio e sera sulle tavole dei suoi cittadini. Eppure proprio lo spropositato fabbisogno dei cinesi (un abitante del dragone ne consuma in media 75 kg l’anno) ha reso la Cina, con un’inversione di tendenza accentuatasi dal 2013, il maggiore importatore mondiale del cereale (quasi 5 milioni di tonnellate lo scorso anno).

L’annuncio dell’accordo è giunto il giorno dopo il gelo diplomatico del Comprehensive Economic Dialogue, l’incontro tenutosi a Washington mercoledì, che aveva attirato su di sé pesanti aspettative, e che invece, forse per le sferzate troppo dure tirate ai cinesi dal segretario per il Commercio Wilbur Ross, si è concluso senza un comunicato congiunto. Ecco che allora per diversi esperti l’accordo sul riso non sarebbe altro che uno specchietto per allodole, un escamotage per distorcere l’attenzione mediatica dall’irrigidimento dei rapporti fra Washington e Pechino, in particolare per il nuovo pacchetto di misure contro il dumping asiatico sull’acciaio che, secondo indiscrezioni di Reuters, la Casa Bianca potrebbe presentare a breve.

Non la pensa così la USA Rice, l’associazione che riunisce i colossi americani del settore, che a poche ore dall’annuncio ha visto i futures del riso di settembre levitare fino a 12,04 dollari per 100 grammi. Il presidente della potentissima lobby Brina King ha ringraziato entusiasta la nuova amministrazione: “l’attenzione del presidente Trump sulla riduzione del deficit commerciale con grandi partners come la Cina ha puntato i riflettori sul riso, il segretario Perdue ci aveva detto che avrebbe concluso l’accordo, e lo ha fatto”.

Gli esportatori americani però, primi fra tutti i produttori leader di stati come Arkansas, California, Louisiana, Mississipi, Missouri e Texas, dovranno ancora aspettare prima che i loro carichi di riso partano alla volta di Pechino. Il Ministero per il commercio cinese annuncia infatti sul suo sito che la partenza delle merci sarà strettamente condizionata al controllo di ispettori cinesi inviati dall’altra parte del Pacifico, per assicurarsi che le fattorie americane non introducano nuovi pesticidi nel paese. Gli stessi controlli che nel 2001 impedirono proprio alla Cina, che era appena entrata nel Wto, di importare riso dall’estero per l’assenza di protocolli adeguati sulle malattie delle piante. “L’obiettivo del nostro lavoro è adesso garantire il successo della visita degli ispettori dalla Cina” ha dichiarato Betsy Ward, Ceo di USA Rice, “abbiamo aspettato un decennio per la firma del protocollo e i nostri soci sono ansiosi di incontrare le richieste dei consumatori cinesi per un riso americano sicuro e di alta qualità”.

La chiusura dell’accordo per l’export del riso americano è il secondo colpo messo a segno in poco più di un mese dal segretario Perdue, dopo l’accordo di scambio firmato a giugno, che porta dopo 14 anni di divieto il manzo targato USA sulle tavole cinesi, e soprattutto apre le porte del mercato statunitense al pollame di Pechino. Se il dipartimento americano per l’agricoltura ha ritenuto di annunciare in pompa magna sul sito web l’accordo, che segna “un nuovo grande giorno per l’agricoltura degli Stati Uniti”, né il Ministero del Commercio cinese né tantomeno il “People”, il quotidiano ufficiale del partito Comunista Cinese (PCC), hanno ritenuto che l’accordo sul riso con gli americani meritasse l’homepage. Una circostanza curiosa, che avvalorerebbe le voci secondo cui dentro al partito, che in autunno affronterà il suo diciannovesimo congresso, un evento quinquennale, crescano i malumori sulla luna di miele fra Trump e Xi Jinping che dura ormai da tre mesi.

Una luna di miele che era iniziata ad aprile con una torta al cioccolato a Mar-a-Lago, la residenza di Trump in Florida, e che ora rischia di arrestarsi bruscamente. L’avvio dell’import cinese di manzo e riso statunitense ha aperto sì due fessure nel mercato del dragone, ma non abbastanza grandi da abbattere una barriera da 347 miliardi di surplus commerciale sugli Stati Uniti. Sembra passata un’era da quando una settimana fa Trump, in visita ufficiale a Parigi, ha definito il presidente Xi Jinping “un uomo straordinario” e “un grande leader”. Mercoledì, durante l’incontro a Washington, gli ufficiali cinesi e americani, scrive con amara ironia Bloomberg, sono riusciti a malapena “a concordare come descrivere il loro disaccordo”.

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