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È partita solo in queste ore la due diligence sulle due ex banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, domenica 3 si sarebbe tenuta una riunione tecnica tra i responsabili di Intesa Sanpaolo (affiancati nella partita dallo studio legale Pedersoli), della gestione commissariale e del Tesoro per avviare il complesso esame di attività e passività che dovrebbe terminare solo nel mese di novembre. Anche se il decreto del salvataggio era già stato convertito in legge il 27 luglio, il ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale è legato sostanzialmente ai tempi della politica. Via XX Settembre ha infatti identificato solo negli ultimi giorni il rappresentante che seguirà la due diligence a fianco di quelli di Intesa e della gestione commissariale. Proprio in queste ore sarebbe stato individuato dalle parti anche un pool di advisor di cui è imminente la nomina.

Come previsto dal decreto di giugno e dal contratto di cessione sottoscritto da Intesa, la due diligence servirà per definire il perimetro del salvataggio con una particolare attenzione per il portafoglio crediti delle due banche liquidate. Gli accordi presi prevedono infatti che gli asset che non dovessero risultare in bonis tornino dalla Ca’ de Sass alle vecchie banche fino a un massimo di 6,3 miliardi. Non solo. Intesa potrà trasferire, entro tre anni, anche i crediti ritenuti ad alto rischio sui quali ci sarà una garanzia statale fino a 4 miliardi. Le sofferenze dovrebbero quindi essere conferite alla Sga, anche se il trasferimento non è ancora avvenuto, mentre gli unlikely to pay potrebbero restare nei due enti in liquidazione. Con un’avvertenza però: le ex Popolare di Vicenza e Veneto Banca non hanno più la licenza bancaria e la fase di esercizio provvisorio in cui versano si presta a interpretazioni discordanti: tra i giuristi c’è chi ne dà una lettura restrittiva, ritenendolo solo un periodo necessario per conferire gli asset, e c’è invece chi ritiene che possa estendersi per un arco temporale più ampio. Quel che è certo è che i due istituti non potranno gestire le comuni procedure di restructuring elargendo nuova finanza.

Una situazione che sta producendo problemi a numerose aziende in fase di ristrutturazione del debito. Altro tema delicato è quello relativo alla gestione dei portafogli di crediti deteriorati. Né le due banche in liquidazione, né la Sga hanno le risorse per gestire la massa abnorme di crediti su cui si sta ragionando. È possibile però che la società oggi guidata da Marina Natale e presieduta dal dirigente del Mef Alessandro Rivera stringa alleanza con operatori specializzati (si veda MF-Milano Finanza dello scorso 29 giugno) o utilizzi risorse distaccate da Intesa o da altre realtà bancarie. L’obiettivo della bad bank è infatti molto ambizioso: in base alle previsioni contenute nella relazione tecnica del decreto, i recuperi cumulati potrebbero arrivare al 47% nel terzo anno di attività, al 77% nel quinto e al 99% nel decimo.

L’esecutivo punta insomma a replicare il successo del Banco di Napoli, nel cui caso proprio la Sga riuscì a incassare il 93% dei crediti deteriorati, restituendo il corrispettivo di circa 6 miliardi di euro. Anche se di buon auspicio, il parallelismo regge fino a un certo punto, perché il tasso medio di recupero è una variabile molto volatile. In sostanza il tasso indica che percentuale delle posizioni in sofferenza chiuse quell’anno (cioè uscite dal bilancio) è stata recuperata. In una recente nota di stabilità finanziaria Bankitalia fissa nel 43% la percentuale media per il decennio 2006-2015 e proprio quel dato viene oggi preso come benchmark dal governo. Il trend però non si è mantenuto costante, passando da un massimo del 49,3% nel 2009 a un minimo del 34% nel 2014, anche causa di un cambiamento della composizione delle posizioni chiuse nel periodo.

(Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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