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Ivanka Trump è davvero la voce moderata capace di temperare il “fuoco e la furia” del padre? Può fare la differenza per i diritti femminili oppure il suo ruolo di sostenitrice delle donne è costruito ad arte per saltare sul carro dello zeitgeist femminista?

All’inizio del mandato in molti credevano che avrebbe mitigato le politiche del presidente e che avrebbe influenzato le sue scelte in una direzione vantaggiosa per le donne: “Ivanka Trump intende concentrarsi innanzitutto sulle tematiche relative alle donne e alle famiglie, evidenziate in campagna elettorale”, scriveva il Washington Post; “La signora Trump potrebbe essere la prima figlia più influente dopo Alice Roosevelt Longworth”, affermava il New York Times e sul Boston Herald si potevano leggere titoli come: “Ivanka detta l’agenda del nuovo femminismo”.

Otto mesi dopo, le speranze sembrano essersi affievolite. Le sue proposte sono state considerate inefficaci, se non dannose. Come le sei settimane pagate di maternità rivolte solo alle donne sposate – non alle single – e che escludevano i neo-papà. Dettaglio, questo, non da poco: il congedo di paternità viene considerato dagli esperti della parità di stipendio un fattore di vitale importanza per le donne, che consente loro di tornare al lavoro e di non perdere opportunità di promozione. Altro buco nell’acqua, la proposta sulle agevolazioni economiche per la cura dei figli, non sotto forma di credito, ma di detrazioni dalle tasse sul reddito. Valida solo, appunto, per chi un reddito ce l’ha (single che guadagnano meno di 250mila dollari e coppie con introiti minori di 500mila). Per i poveri e per coloro che hanno introiti talmente bassi da non avere oneri fiscali – oltre un terzo della popolazione -, picche. Ecco qualche consiglio per Ivanka, su quali politiche potrebbe portare avanti per dare più potere alle madri che lavorano.

A sugellare il nuovo packaging di Ivanka come ambasciatrice dei diritti delle madri lavoratrici, è stato il libro Women Who Work, pubblicato a maggio. Oggi, in una cultura nella quale il femminismo ha trovato un nuovo alveo, le è utile cavalcarne l’onda e offuscare le proprie radici, ispirate più all’iper-individualismo di Ayn Rand che alle battaglie di Simone de Beauvoir. La domanda è se Ivanka sia da considerare un’appassionata advocate politica o una manager che alimenta con tutti i mezzi possibili il brand di sè stessa e delle aziende eponime (che sono in cerca di un social media manager). Leggendo il nuovo libro il dubbio non si scioglie del tutto e la giornalista femminista Jill Filipovic su Politico suggerisce di confrontarlo con quello del 2009, che esala “Donaldezza” pagina dopo pagina, The Trump Card.

Se nel primo volume Ivanka esorta i lettori ad andare in ufficio anche la domenica, citando come modello Rupert Murdoch – “i dipendenti seguiranno il vostro esempio”, scrive – nel secondo li stimola a chiedere più flessibilità ai loro capi, a lavorare da remoto e a ritagliarsi del tempo di qualità con la famiglia. È chiaro, nel frattempo si è sposata e ha dato alla luce tre figli. Ciò che non dice è cosa fare se si incappa in un boss come la Ivanka di qualche anno prima.

Non mancano gli aneddoti personali (che nel primo libro sono di più). Se in The Trump Card sciorina amicizie e ricordi con Michael Jackson e Kanye West, in Women Who Work dipinge l’idillio familiare, i momenti di gioco con i bambini sul prato della villa di campagna, la conversione all’ebraismo per sposare Jared Kushner. Nella prima biografia ospita interventi del produttore discografico Russell Simmons e di Arianna Huffington, nella seconda cita Anne-Marie Slaughter – che cinque anni fa scrisse un famoso articolo su The Atlantic sulla scelta di lasciare l’incarico al dipartimento di Stato durante la presidenza Obama per passare più tempo con la famiglia – e la numero due di Facebook, Sheryl Sandberg, autrice di Lean-In, un libro-manifesto del femminismo che ha diviso l’America, accusando le donne di non essere abbastanza tenaci e coraggiose. Il tema delle molestie sessuali, scomodo per il padre, viene trattato e sminuito nel primo libro, e completamente evitato in quello più recente. Finora, insomma, più che una voce capace di orientare il padre verso scelte dissonanti, quello di Ivanka sembra più un canto che muta d’accento (e di pensier?) in base alla convenienza del momento, accordandosi perfettamente con la Trump Orchestra.

Tutte le piroette (non solo letterarie) di Ivanka Trump

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