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La fine della gioiosa macchina da guerra elettorale del New Labour avvenne il 6 maggio 2010, nelle elezioni che, dopo quasi trent’anni, portarono in Gran Bretagna un Parlamento bloccato e un governo di coalizione.

I cittadini britannici si presentarono alle urne nella convinzione che, in qualsiasi modo avrebbero votato il risultato elettorale si sarebbe presentato quantomeno confusionario. La crisi dei consensi dei laburisti, guidati da 3 anni da Gordon Brown, le difficoltà dei Tories di David Cameron di ampliare il loro consenso oltre la loro tradizionale base elettorale, e il sorprendente risultato dei Liberaldemocratici, guidati dal telegenico e cosmopolita Nick Clegg, lasciavano pochi dubbi sull’esito della tornata.

Nei giorni precedenti al voto, le telecamere della Bbc e di Sky News giravano per le strade di Londra per chiedere agli elettori cosa sarebbe successo in caso di hung parliament, parlamento bloccato, un evento che per gli inglesi – abituati a maggioranze monocolori – sembrava una iattura come, se non di più, la crisi economica degli anni Settanta o la guerra per il canale di Suez.

In effetti, mentre gli uffici della Camera dei Comuni già producevano documenti su documenti per spiegare cosa sarebbe successo dopo il voto, l’hung parliament si verificò puntualmente. I Tories furono il partito più votato e con più seggi, fermandosi però a 306, ben 20 in meno della maggioranza assoluta. Il Labour tracollò perdendo 91 seggi, e assestandosi a 258, mentre i liberaldemocratici, nonostante gli oltre 6 milioni di voti, si fermarono a 57 seggi, risultando comunque determinanti per la formazione del governo del paese.

Lo spettacolo di Cameron e Brown che, durante i dibattiti televisivi facevano a gara a dire I agree with Nick, “sono d’accordo con Nick”, per accaparrarsi il sostegno di Clegg, non mancò di essere rappresentato dai vignettisti e dai satiri d’Oltremanica. Uno spettacolo secondo solo alle dichiarazioni dei partiti post-voto: tutti, in maniera molto più italiana che britannica, affermavano di avere vinto e di essere pronti a coalizzarsi con chicchessia pur di andare al governo. Il culmine si raggiunse sulla Bbc, quando Alastair Campbell, lo storico spin doctor laburista, dimostrò di non avere compreso la caoticità del momento affermando che “il Labour si stava muovendo in armonia con tutte le altre forze politiche per risolvere la situazione”. Fu fermato dal mitico conduttore della tv di Stato inglese, David Dimbleby, che, non senza un velo di ironia gli chiese: “Scusi Signor Campbell, ma chi si sta muovendo in armonia con chi?”.

Alla fine gli sherpa di Clegg, Danny Alexander e Vince Cable su tutti, bocciarono l’alleanza con i laburisti per togliere di mezzo Gordon Brown, aprendo, di fatto, la strada a Cameron, che, con i voti dei LibDems diventò Primo ministro l’11 maggio 2010, e nominò Clegg suo vice. Alla prima conferenza stampa della nuova strana coppia giallo-blu a Downing Street un giornalista chiese al neo-premier se era vero che in campagna elettorale aveva definito Clegg “la più grande barzelletta nella storia del Regno Unito”. Un Cameron imbarazzato non potè fare a meno di ammettere che sì, aveva in effetti detto quelle parole, ma che ora le circostanze erano cambiate. Il governo di coalizione durò per l’intera legislatura, ma determinò la promessa del leader Tory di convocare un referendum sul tema dell’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione Europea per ottenere la maggioranza dei seggi alle elezioni del 2015, e la fine della carriera politica di Clegg.

Ultima puntata dell’approfondimento di Daniele Meloni. 

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Elezioni in Gran Bretagna dal dopoguerra a oggi. Ultima puntata

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