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La sindaca di Torino Chiara Appendino, il questore Angelo Sanna e il prefetto Roberto Saccone. Sono loro a dover fronteggiare la responsabilità di quanto accaduto sabato sera in piazza San Carlo: 1537 feriti fra la folla durante la proiezione della finale di Champions League Juventus-Real Madrid.

APPENDINO, IL GIORNO PIU’ LUNGO

Ieri è stato il giorno più difficile per la sindaca grillina. Appendino, poco dopo le 15, ha riferito in Consiglio comunale in seguito ai fatti di sabato, ed è parsa in difficoltà. Ha ribadito che l’ente organizzatore dell’evento, Turismo Torino, era lo stesso della proiezione di Juventus-Barcellona del 2015.

Ha elencato i numeri dei controlli e degli agenti dispiegati dal Comune (106 i vigili), ha additato come “piaga” i venditori abusivi di bevande (sono i cocci delle bottiglie i responsabili dei feriti) e ha dettato la linea per evitare che un caso del genere si ripeta in futuro. Una strategia che dovrà passare, ha detto la sindaca, dal Comitato provinciale della sicurezza. Ma le giustificazioni non sono bastate per uscire dall’accerchiamento.

LA CIRCOLARE DI GABRIELLI

Il punto è definire le responsabilità, anche politiche, per gli incidenti. Si ipotizzano lesione colpose plurime, e la Procura ha aperto un fascicolo, al momento senza indagati.

Uno dei nodi da sciogliere è la mancata ottemperanza alla circolare del capo della polizia Franco Gabrielli. Questa, emessa il 25 maggio, all’indomani della strage di Manchester, detta le linee guida in occasioni di grandi eventi: fra esse controlli degli accessi e presenza di steward. Ma gli steward sabato a Torino non c’erano. Le falle dell’organizzazione finiscono sotto accusa, ma per buona parte dell’opposizione la responsabilità politica è del sindaco. In consiglio sono state chieste le sue dimissioni (da Roberto Rosso). Particolarmente agguerrita la Lega Nord, che è intervenuta per bocca del segretario Matteo Salvini, il quale ha chiesto la testa non solo della sindaca, ma anche di prefetto e questore.

IL GIALLO DELL’ORDINANZA ANTI-VETRO

E così è cominciato – seppure un po’ confuso e velato – il rimpallo delle responsabilità fra Comune e Questura. Appendino, giustificando la sua decisione di non rimarcare, nell’ordinanza emessa ad hoc per l’evento di sabato, il divieto di portare bottiglie e lattine in pizza, aveva fatto riferimento al regolamento di polizia urbana del Comune, giudicato sufficiente.

Il Questore Angelo Sanna in un’intervista ha dichiarato che l’ordinanza anti-vetro “è stata dichiarata incostituzionale, quindi non era valida – ha detto – Noi abbiamo fatto molto di più di quanto fatto in eventi analoghi. Credo che adesso sia importante lavorare sul motivo della tragedia. È importante capire cosa è successo e trovare, laddove esistono, delle responsabilità”. Parole che non contribuiscono a chiarire uno dei punti centrali della vicenda: regolamenti alla mano, sabato era proibito portare vetri in piazza o no? Ha scritto Franco Bechis, giornalista, sul suo blog: “La Corte Costituzionale non si è mai sognata invece di vietare perché incostituzionali le ordinanze su alcol e vetro che infatti vengono adottate in ogni comune, e a Torino fanno parte addirittura del regolamento della polizia municipale. Con la sentenza 115 del 7 aprile 2011 la Corte invece ha cassato un semplice “anche” contenuto in una norma del pacchetto sicurezza varato nel 2008 dal governo di Silvio Berlusconi con cui si davano a “sindaci sceriffi” poteri di ordinanza per derogare alla legge in maniera permanente. In quel caso il ricorso era venuto su una ordinanza che vietava in un Comune in modo permanente l’accattonaggio (non c’entravano né alcol né vetro). Quello che fu bocciato perché incostituzionale era il potere dei sindaci di derogare in modo assoluto e permanente alla legislazione nazionale con loro ordinanze”. Traduciamo per le vicende Torino, aggiunge Bechis: “Sarebbe incostituzionale vietare sempre e ovunque la vendita di alcol o di bottiglie di vetro per asporto, ma è legittima l’ordinanza di divieto per singoli eventi o anche per lunghi periodi (ad esempio la bella stagione) oppure in singole aree della città in orari limitati (ad esempio quelle notturne). Ordinanze di questo tipo esistono in ogni comune di Italia, e sono esistite pure a Torino. Ma non c’erano per piazza San Carlo”.

DAL COMUNE VELATE CRITICHE ALLA QUESTURA

Sulla Questura, in particolare, anche Appendino è sembrata velatamente critica, come ha fatto notare il Corriere della Sera. Nel suo intervento di ieri in Consiglio la sindaca ha puntualizzato come i suoi uomini, ovvero i vigili, dovessero controllare il perimetro di piazza San Carlo, mentre all’interno operavano polizia e carabinieri (circa 200 agenti, scrive la Stampa). Il secondo affondo si legge fra le righe: “Non possiamo cedere alla paura – ha detto la sindaca – Non possiamo farci vincere da questo nervosismo diffuso grazie al terrore che ha visto tanti luoghi teatro di fatti tragici, ma tutto questo si deve coniugare con azioni che, seppur auspicate da molto tempo, non sono al momento state attuate. Mi riferisco in particolare alla cospicua presenza di venditori abusivi di bevande in contenitori di vetro e metallo, anche all’interno dell’area delimitata, nonostante i controlli e le sanzioni elevate, piaga ormai endemica dei grandi eventi organizzati in questa e in altre città. Questo grave problema può essere efficacemente affrontato solo grazie ad ulteriori azioni di prevenzione e repressione che devono necessariamente essere condivise da tutte le forze dell’ordine. Solo in questo modo pensiamo che il fenomeno possa essere definitivamente arginato”.

CHI È IL QUESTORE ANGELO SANNA

E così sulla graticola finisce anche il questore Angelo Sanna, a Torino soltanto dal 4 maggio. Nato a Roma nel 1955, è stato ufficiale del Corpo delle Guardie di Polizia. Fino al 1995 ha prestato servizio ad Alessandria, prima alla scuola per la formazione degli agenti e, successivamente, in questura, come dirigente del personale, capo della Digos e capo di Gabinetto. Dal 1995 al 1999 ha diretto il commissariato di Olbia per poi passare a Sassari e all’Ufficio immigrazione della questura di Genova.

La sua prima esperienza da questore si è svolta ad Asti fra agosto 2008 e ottobre 2010. In questo periodo è stato insignito dell’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica.

Fino al 2014 è stato questore a Vicenza e infine a Venezia. Il 30 marzo 2015 è stato nominato Direttore generale di pubblica sicurezza.

Della sua esperienza veneziana si ricorda l’operazione “Alto impatto”, scattata giovedì 24 marzo del 2016 e conclusasi il giorno dopo, con controlli mirati su Mestre e Marghera, che portarono a 725 identificazioni, due arresti e il sequestro di modeste quantità di cannabis, eroina e cocaina. Sotto il suo coordinamento, lo scorso marzo, a Venezia è stata sgominata una cellula jihadista, intenzionata a compiere un attentato sul Ponte di Rialto.

isale allo scorso 28 dicembre una sentenza contro di lui dal Tribunale civile di Venezia per comportamento anti-sindacale. La denuncia arrivava dal sindacato Coisp per il mancato rispetto delle norme di sicurezza nella sala operativa 113, nel commissariato di Mestre e in quello di Jesolo. Sanna ha annunciato ricorso.

Appena insediatosi a Torino ha indicato nel “terrorismo e alla presenza di stranieri nella nostra provincia” le principali problematiche. “Io punto molto alla prevenzione. La presenza sul territorio deve esserci, il poliziotto si deve vedere, ma la prevenzione la si fa anche con l’intelligence. Noi dobbiamo evitare che le cose avvengano e in questo siamo maestri e credo ce lo riconoscano in tutto il mondo”.

Sanna, in quell’occasione, ha parlato esplicitamente di “gestione della piazza”. “Io credo molto nel dialogo – ha detto – Ordine pubblico e gestione della piazza devono essere fatti con il dialogo, così anche dove troveremo gente non disponibile potremo dire di averle provate tutte e interverremo sempre in modo proporzionato alla resistenza che viene opposta dall’altra parte e sempre nel rispetto della dignità umana. Da un anno noi siamo al primo posto tra le forze di polizia più amate dagli italiani, questo è il frutto del nostro lavoro”.

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