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Si era capito fin dalle prime battute che Carlo Cottarelli non avrebbe fatto prigionieri nel corso del suo intervento all’ultima riunione del “Gruppo dei 20”, il comitato creato dal presidente della Fondazione Economia dell’Università di Tor Vergata Luigi Paganetto per discutere e approfondire le principali questioni di politica economica a livello nazionale e internazionale (qui l’articolo con le parole pronunciate dall’ex capo economista del Mef Lorenzo Codogno). E così effettivamente è stato. “Quelle che sto per presentare sono le mie idee e non quelle del Fondo Monetario Internazionale“, ha messo subito le mani avanti l’ex commissario alla Spending review del governo italiano – nominato da Enrico Letta e poi accompagnato all’uscita da Matteo Renzi – oggi direttore esecutivo dell’organizzazione internazionale guidata dalla francese Christine Lagarde.

Una precisazione alla quale è seguita una descrizione piuttosto allarmata della situazione dei conti pubblici italiani, sui quali, com’è noto, pesa un debito monstre da oltre 2.250 miliardi di euro, pari al 132% del Pil. “Siamo a corto di tempo“, ha commentato Cottarelli per il quale è vitale invertire la rotta, prima che termini il programma speciale di acquisto dei nostri titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea: “Al massimo tra due anni e mezzo – quando Mario Draghi lascerà il suo incarico di presidente – finirà“. Ma potrebbe anche accadere prima. Motivo per cui l’Italia – ha sottolineato l’economista – non può permettersi di perdere altro tempo.

Allo scadere del Quantitative Easing “i tassi di interesse torneranno a crescere“, ha detto: “Non vorrei vedere ciò è accaduto nel 2011 e nel 2012“. Quando cioè lo spread con i bund tedeschi arrivò a superare la soglia dei 500 punti base e a spingere l’Italia sull’orlo del baratro: “Finora non siamo riusciti a ridurlo nel rapporto con il Pil. E abbiamo anche perso credibilità all’estero visto che abbiamo continuato a spostare in avanti il raggiungimento di questo obiettivo“. Che, peraltro, è messo nero su bianco nel Documento di economia e finanza (Def) nel quale si prevede che l’indebitamento netto tendenziale rispetto al Prodotto Interno Lordo debba scendere dal 2,3% di quest’anno all’1,8% del 2018 e poi allo 0,6% nel 2019.

Raggiungerlo è troppo importante“, ha ribadito prima di snocciolare la sua ricetta, in linea con la sua fama di Mr Forbici. Ci sarebbe l’aumento dell’Iva, ma il governo ha fatto a più riprese intendere di voler bloccare questa misura.”Se non arriviamo a ridurre il rapporto tra debito e Pil, le tasse non le possiamo abbassare“, ha aggiunto Cottarelli. Ma c’è di più, perché Cottarelli ha proposto anche “l’eliminazione di tutti i vari bonus introdotti in questi anni senza un’adeguata analisi costi-benefici“. Il riferimento principale in tal senso è stato ai famosi 500 euro previsti a favore dei diciottenni.

Non solo però: l’ex commissario del governo alla spending review ha anche sottolineato la necessità “di tagliare i trasferimenti” che lo Stato elargisce “a tv, giornali, autotrasporto e così via“. Disruptive – ma politicamente non così spendibile – anche l’idea di “tagliare i trasferimenti alle Ferrovie” che imporrebbe inevitabilmente un aumento delle tariffe. “Me ne rendo conto“, ha ammesso Cottarelli che però ha anche ricordato quanto, ad esempio, siano a suo avviso accessibili i prezzi dell’alta velocità italiana, soprattutto se paragonati a quanto avviene in altre parti d’Europa o negli Usa. Tra i tagli ipotizzati da Cottarelli ci sono anche “gli stipendi dirigenti pubblici, non solo di quelli apicali“.  E se tutto ciò non bastasse ancora? Allora “non sarebbe uno scandalo ridurre di un punto gli investimenti fissi sul Pil e portarli dall’attuale 2,2% – come la Germania – al 2,1“.

Ridurre il debito e aumentare al tempo stesso la crescita strutture: in fondo, due facce della stessa medaglia perché – ha affermato – “la seconda non si può fare se aumenta anche il deficit“. In questo senso la strada fondamentale da seguire secondo Cottarelli è una: “L’unica soluzione è una crescita trainata dall’esportazione. E’ vero in Italia sono aumentate in questi anni ma in altri Paesi – come la Germania – questo fenomeno è stato molto più intenso: la domanda interna non può bastare“.

Ecco gli ultimi sogni draconiani di Carlo Cottarelli per l'Italia

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