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La crisi tra il Qatar, i Paesi del Golfo e l’Egitto non accenna a placarsi. I toni della disputa rimangono alti, sebbene ieri si sia registrato uno sviluppo apparentemente positivo. Come fa sapere l’agenzia di stampa ufficiale del Kuwait KUNA, l’emiro del Kuwait sceicco Sanah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah ha chiesto ai Paesi protagonisti del boicottaggio nei confronti del Qatar (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto) di estendere l’ultimatum di dieci giorni che scadeva ieri perché il Qatar adempisse a una lista di 13 richieste pesanti e non negoziabili. Una dichiarazione congiunta diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale saudita ha precisato che la dilazione è di 48 ore. Dopo di che, come si legge in una dichiarazione del portavoce del ministro degli Esteri egiziano, i ministri degli Esteri dei quattro Paesi promotori del blocco, su invito del ministro Sameh Shoukry, si incontreranno mercoledì al Cairo per decidere il da farsi.

L’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Russia ha sottolineato che nella capitale egiziana potrebbero essere varate nuove sanzioni. Tra le ipotesi al vaglio, il sequestro dei depositi e dei prestiti interbancari qatarini da parte delle banche dei quattro Stati, e la richiesta alle nazioni che commerciano con i Paesi del Golfo di scegliere se fare affari con loro o con il Qatar. Il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Anwar Gargash ventila addirittura l’ipotesi estrema di un’estromissione del Qatar dal Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Il Qatar, dal canto suo, non pare intenzionato a piegarsi. Il ministro degli esteri di Doha, sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha dichiarato in questo fine settimana, in cui è stato anche a Roma ospite del ministro degli Esteri Angelino Alfano, che “siamo pronti ad affrontare qualsiasi conseguenza”. Ha aggiunto che le 13 richieste dei Paesi boicottatori “è fatta per essere rigettata, non per essere accettata o negoziata”, e che l’ultimatum non ha niente a che vedere col terrorismo ma “mira solo a violare la sovranità del Qatar”. “Desideriamo impegnarci nel dialogo”, ha aggiunto, “posto che ci siano le condizioni”. Dal ministro della difesa Khalid bin Mohammad al-Attiyah sono giunte parole ancora più esplicite. Parlando con Sky News, il ministro ha detto che il “Qatar non è un Paese che sia facile da fagocitare. Noi siamo pronti. Siamo pronti a difendere il nostro paese. Spero che non si arrivi ad un punto in cui ci sia un intervento militare”.

La situazione è dunque rovente e si moltiplicano le mediazioni. Vladimir Putin sabato, incuneandosi nella crisi, ha telefonato ai leader di Qatar e Bahrain per esortarli al dialogo. Dagli Stati Uniti giungono invece segnali contraddittori. Si evidenzia in particolare la divaricazione tra le posizioni del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca. Foggy Bottom sin dall’inizio della disputa ha sposato la linea della distensione, criticando i Paesi del Golfo e l’Egitto per le richieste irricevibili inoltrate al Qatar e appoggiando la mediazione del Kuwait.

Ben diversa invece la linea del presidente Donald Trump, che si è subito schierato dalla parte dell’alleato saudita. Ad un meeting privato per la raccolta fondi, di cui ha riferito il sito americano The Intercept, il presidente ha dichiarato: “Preferisco che il Qatar non finanzi il terrorismo”. Le posizioni di Trump d’altronde riflettono quelle dei suoi consiglieri Steve Bannon e Sebastian Gorka, che sono fermamente dalla parte dell’Arabia Saudita e ritengono giusta la punizione del Qatar così come vorrebbero si facesse nei confronti di qualsiasi altro paese indulgente verso l’islamismo.

Domenica Trump ha comunque fatto un esercizio di mediazione, chiamando al telefono il re saudita Salman bin Abdulaziz, il principe di Abu Dhabi sceicco Mohammed bin Zayed al-Nahyan e l’emiro del Qatar sceicco Tamin Bin Hamad Al-Thani. Ai suoi interlocutori, come emerge dal comunicato della Casa Bianca, il presidente ha espresso la sua “preoccupazione” per lo stato delle cose. Ma Trump ha anche, prosegue il comunicato, “reiterato l’importanza di bloccare il finanziamento del terrorismo e dello screditare l’ideologia estremista. Il presidente ha anche sottolineato che l’unità della regione è fondamentale per ottenere gli obiettivi del summit di Riad di sconfiggere il terrorismo e di promuovere la stabilità regionale”. Il comunicato si chiude con una frase che la dice lunga su quale sia l’interesse del tycoon: “Il presidente Trump crede, in ogni caso, che la priorità sia la cessazione del finanziamento del terrorismo”.

Non pare esserci dunque una facile via d’uscita da una crisi che il Qatar, comunque, sta per ora reggendo abbastanza bene, grazie anche alla sua abbondante disponibilità liquida. Le merci di cui ha assolutamente bisogno, e che non può più importare dai Paesi vicini a causa del blocco imposto al Paese, continuano ad affluire via aerea attraverso numerosi cargo. I rifornimenti per i supermercati sono dunque assicurati e ai 300 mila abitanti del Qatar è permesso di continuare di vivere nel consueto lusso. Ma c’è chi si lamenta, per esempio, della qualità del latte che giunge dalla Turchia, che gli internauti sauditi celiando definiscono “latte di asino”.

Le ripercussioni comunque ci sono. L’indice di borsa ha perso ulteriori 3 punti alla sua riapertura dopo le festività di fine Ramadan, portando a 12 i punti persi dall’inizio della crisi il 5 giugno scorso. Qatar Airways è costretta ad usare lo spazio aereo iraniano, allungando di molto i tragitti. Ci sono poi i costi umani: una delle sanzioni prese dai Paesi del Golfo e dall’Egitto è il richiamo di tutti i propri cittadini attualmente residenti in Qatar. Una misura che ha spezzato numerosi legami familiari in una regione in cui le tribù si intrecciano attraverso i confini.

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