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Lunedì la nuova portavoce del Pentagono, Dana White, ha fatto un annuncio piuttosto importante: gli Stati Uniti forniranno armi più sofisticate alla componente curda dei combattenti delle Siryan Democratic Force. Le Sdf sono il nome da manifesto politico che gli americani hanno dato ad una coalizione a prevalenza curda (dove ‘a prevalenza’ ha valore anche tecnico e non solo numerico) che sta liberando la fascia settentrionale della Siria dall’occupazione militarista dello Stato islamico.

GLI EQUIPAGGIAMENTI

Gli Stati Uniti stanno già fornendo appoggio alle Sdf, con cui sono in coordinamento a terra e per gli attacchi aerei. Alcuni account Twitter connessi ai curdi, inoltre, già nei giorni scorsi parlavano di un nuovo equipaggiamento made in Usa in mano i miliziani (visori notturni, nuovi elmetti, puntatori laser, etc); ma potrebbe essere stata propaganda. Per adesso non è chiaro che tipo di armi verranno passate, ma Eric Schmitt e Michael Gordon del New York Times, che sono sempre molto informati su questo genere di cose, scrivono che dovrebbe trattarsi di mitragliatrici pesanti, mortai, armi anticarro, carri armati e attrezzature di ingegneria.

IL MOMENTO

L’annuncio arriva in un momento cruciale: la battaglia che concluderà, almeno simbolicamente, la campagna iniziata da oltre due anni nel nord della Siria è in arrivo (in un’immagine: Kobane). Le forze alleate degli americani hanno chiuso l’assedio per Raqqa, la roccaforte siriana del Califfato, l’hanno isolata, e sono pronti a lanciarsi in città. Contemporaneamente, a rendere ancora più importante questo momento, pochi giorni fa la Turchia ha aumentato le attività militari contro quegli stessi curdi, le milizie Ypg, che compongono le Sdf.

RIPASSO VELOCE

Breve sintesi della situazione: gli americani ritengono le Sdf, soprattutto i curdi che le compongono, “l’unica forze che può riprendere Raqqa con successo” (parole di White), ma i turchi considerano le Ypg un’affiliazione siriana del Pkk, incasellate tra i gruppi terroristici, e per questo sono scettici sulle Sdf. Turchia e Stati Uniti sono paesi alleati Nato, ma hanno una visione completamente opposta su come condurre le operazioni in quell’area geografica della guerra allo Stato islamico.

L’AMBIZIONE TURCA

I turchi vorrebbero essere i partner americani, o meglio vorrebbero esserlo insieme a quei gruppi ribelli che li hanno già accompagnati nell’operazione Scudo, che ha avuto come obiettivo liberare un corridoio sul confine turco-siriano dai baghdadisti, e contemporaneamente impedire che quel corridoio finisse in mano ai curdi, perché avrebbero potuto congiungere i due cantoni orientale del Rojava con quello occidentale di Afrin, dando continuità allo stato indipendente sognato dai curdi siriani – che si sta materializzando dopo che quelle stesse terre vengono via via strappate al Califfo.

INCONTRI A WASHINGTON

Martedì nello Studio Ovale c’erano notabili inviati da Ankara: il capo delle forze armate, Hulusi Akar, il capo dell’intelligence, Hakan Fidan, e il consigliere/portavoce del presidente İbrahim Kalın. C’è stata una riunione condotta dal capo del Consiglio di sicurezza nazionale, il generale HR McMaster, alla presenza di Donald Trump. Molto probabilmente l’incontro serviva apripista alla comunicazione ufficiale che Trump in persona darà a Recep Tayyp Erdogan martedì prossimo, quando il turco sarà a Washington. L’appoggio ai curdi è stato il principale motivo di separazione tra Washington e Ankara sotto l’amministrazione Obama, un rapporto che si è andato via via sfilacciando (culminato con il distacco americano sul fallito golpe turco di luglio e la dura retorica di Ankara) e che Trump ha provato a ricostruire: anche se la strategia di guerra contro l’IS seguirà la linea obamaniana. Con rassicurazioni: “Vogliamo rassicurare il popolo e il governo della Turchia che gli Stati Uniti sono impegnati a prevenire ulteriori rischi alla sicurezza e a proteggere il nostro alleato della NATO” dice White. Sul piatto gli americani hanno messo la possibilità di offrire informazioni di intel sul Pkk con i turchi, ma i funzionari di Ankara hanno avvisato che si riserveranno la possibilità di agire unilateralmente.

I TIMORI DI ANKARA

La Turchia teme che le armi che gli Stati Uniti forniranno alle Sdf possano finire nelle mani dei ribelli del Pkk tramite i cugini siriani, e soprattutto teme che la presenza della fascia geografica curda appena oltre il confine, e delle connesse rivendicazioni di sovranità, possa essere un precedente che faccia da stimolo per la guerra indipendentista del Pkk. Un’altra garanzia è infatti che nessun combattente curdi entrerà a Raqqa o vi resterà dopo averla liberata, ma sarà la componente araba delle Sdf a occuparsene.

L’OTTIMISMO (CHE FU) DI ERDOGAN

Il 25 aprile Ankara ha ufficialmente esteso i bombardamenti contro i combattenti curdi alla Siria e all’Iraq, ossia ha iniziato a colpire i miliziani che godono del sostegno americano (in Siria, perché sul confine iracheno sono assiepate squadre del Pkk, che è considerato un gruppo terroristico anche dagli Usa). In quell’occasione funzionari del Pentagono avevano raccontato al New York Times di essere rimasti sorpresi, visto l’apertura mostrata da Trump verso Erdogan in quei giorni. Il presidente americano nove giorni prima si era congratulato del risultato del discusso referendum con cui la costituzione turca è stata modificata dando ancora più poteri al presidente, e aveva invitato Erdogan a Washington.

LA RISPOSTA AMERICANA

Ma forse potrebbe essere stata la sicurezza di uno shift strategico conseguente a quelle aperture ad aver indotto Erdogan ad alzare il tiro. Invece due giorni dopo i bombardamenti una squadra di Ranger americani è entrata in Siria e ha gironzolato lungo il confine turco con le bandiere alzate, fino a fermarsi a Erik, punta orientale della Siria, dove si stavano celebrando i funerali di alcuni miliziani uccisi da uno dei raid aerei turchi. I blindati Stryker americani sono rimasti tra la folla con la Stars&Stripes che sventolava in aria, e poi sono ripartiti.

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Una foto diffusa da account pro-curdi su internet mostra i blindati americani sullo sfondo, la folla presente al funerale dei miliziani uccisi dai turchi, una bandiera del Pkk con l’immagine di Apo Öcalan

 

Non è la prima volta che unità speciali dell’esercito statunitense prendono questo ruolo di peacekeeping a protezione degli attacchi turchi contro i curdi: era già successo a inizio marzo. Adesso arriva anche l’annuncio dell’aiuto armato. “Un colpo” per la Turchia, titolava il Washington Post.

trump, dollari

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