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È diventato di colpo non più aiuto di Stato l’intervento del Tesoro in banche in crisi? Ciò che veniva continuamente ribattuto a Bruxelles contro la ricapitalizzazione precauzionale delle due banche venete interamente a carico dello Stato non è più valido se quest’ultimo finanzia, con modalità tecniche da definire, la bad bank che si costituirebbe accettando l’offerta di Intesa Sanpaolo?

Sia chiaro: non abbiamo mai condiviso l’esasperata individuazione del rischio di violazione del divieto in questione. Abbiamo anche sostenuto che sarebbe stato opportuno che il governo assumesse la linea da fin de non recevoir nei riguardi dell’invito della Dg Competition della Commissione Ue a integrare con un apporto privato di 1,25 miliardi la ricapitalizzazione anzidetta per evitare di incorrere nel ricordato divieto, restando pronto a giocarsi la partita davanti alla Corte di Giustizia Europea in caso di promozione di una procedura di infrazione.

Detto ciò, non ci si può non stupire del fatto che, stando alle cronache, l’intervento del Tesoro nella nuova versione sarebbe invece considerato ammissibile con una vera acrobazia da leguleio. Si dice infatti che tale intervento, riconducibile a una liquidazione ordinata, sarebbe consentito dalla Comunicazione della Commissione dell’agosto 2013: sennonché quella Comunicazione non è né un regolamento né una direttiva né una misura comunque giuridicamente cogente; per di più essa va applicata tenendo conto della successiva entrata in vigore della Brrd, la direttiva sulla risoluzione. Allora non resta che attendere come la Commissione deciderà. Se non solleverà problemi, allora si avrà l’ennesima conferma dell’estrema volatilità e incoerenza dei pronunciamenti della struttura comunitaria. Aspettiamo anche di vedere la cornice legislativa che Intesa chiede al Tesoro, contenente la copertura degli oneri di integrazione e razionalizzazione connessi all’acquisizione (leggasi, tra l’altro, rifinanziamento del fondo esuberi dei dipendenti), nonché la sterilizzazione di rischi, obblighi e impegni derivanti da fatti antecedenti la cessione. Insomma, un salvacondotto integrale. Il decreto legge 237/2016 per lo stanziamento fino a 20 miliardi per interventi nel sistema bancario dovrà molto probabilmente essere integrato, dal momento che il tipo di intervento richiesto da Intesa non vi trova esplicito inquadramento. Occorrerà che la cornice e la variazione testé accennata abbiano una precisa copertura finanziaria.

Si dice, per rendere accettabile la linea offerta da Intesa, che l’alternativa a questa forma singolare di liquidazione, nella quale un soggetto privato si accolla i benefici e uno pubblico gli oneri, sarebbe la risoluzione, assolutamente da evitare. Ma ciò potrà essere vero perché si è rinunciato a combattere, come sarebbe stato invece doveroso, sulla ricapitalizzazione precauzionale, limitandosi sostanzialmente a recitare la parte, dal versante del Tesoro, di chi fa mostra di qualche controdeduzione ma sostanzialmente va a Bruxelles ad audiendum verbum. Ce lo vedreste un ministro dell’Economia del livello, per esempio, di Guido Carli accogliere in modo supino i diktat della Commissione? Quantomeno si operi per rendere più equilibrata l’impostazione di un’operazione che avrebbe dovuto essere ben diversa, come l’intenso lavoro sinora svolto e le aspettative concepite e suffragate fino a qualche giorno fa dal governo avrebbero meritato. Infine c’è da chiedersi: le attività «buone» che Intesa acquisirà costituiranno una banca oppure si integreranno nell’istituto acquirente, anche perché la liquidazione dovrebbe comportare la cessazione della licenza bancaria? E il territorio, il localismo, le imprese e le famiglie? Più si riflette e più nascono evidenti problemi sulla struttura e sull’attuazione dell’operazione. Non resta che attendere i necessari chiarimenti.

(Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza)

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