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Arman definiva gli oggetti di uso comune “estensione del sè”, decenni prima dell’invenzione dello smartphone. Ma ne annullava l’uso, attraverso la loro scomposizione, distruzione o assemblaggio. Faceva a fette un’automobile da luna park, montava due metà di un pianoforte a coda ai lati di un letto a baldacchino, ibridando i due oggetti; o ancora, nella serie “Accumulations”, in una distesa di tenaglie lucenti vedeva un banco di pesci o saldava insieme decine di chiavi inglesi, fino a evocare la forma di uno stegosauro.

Apre oggi al pubblico (fino al 23 luglio 2017), a Palazzo Cipolla a Roma, la mostra personale dedicata al lavoro del pittore e scultore francese naturalizzato americano, “Arman 1954-2005”, realizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo in collaborazione con Marisa Del Re, la Arman Marital TrustCorice Arman Trustee e con il supporto tecnico di Civita.

L’esposizione, a cura di Germano Celant, consiste in un’ampia retrospettiva sul lavoro dell’artista e annovera circa 70 opere dagli esordi, negli anni Cinquanta, ai primi anni del Duemila, tra pittura e scultura, assemblage e ready-made.

Nato nel 1928 in Francia, Arman viene riconosciuto come uno dei maggiori artisti della seconda metà del XX secolo e uno dei protagonisti del gruppo del Nouveau Réalisme francese – parallelo al movimento della Pop Art americana nato negli Stati Uniti negli anni Sessanta. Le sue opere sono presenti nei maggiori musei e nelle più importanti collezioni pubbliche di tutto il mondo, dal Moma, al Met, al Guggenheim di New York, dal Centre Georges Pompidou di Parigi al Tel-Aviv Museum di Israele, fino Museo Hara di Tokyo, per citarne alcuni.

Come un archeologo del futuro elabora il concetto di scarto o resto, nelle serie “Poubelles” e Inclusions”, sia in cemento sia in resina. Altrove, come nelle Colères Rages degli anni Sessanta, o nei recenti Sandwich Combo, della fine dei Novanta, Arman esplora l’annullamento della funzionalità di un oggetto attraverso la sua scomposizione o distruzione. L’atto di rendere disfunzionale uno strumento d’uso può avvenire sia mediante la sua demolizione, sia tramite interventi di ibridazione tra due soggetti – come un frigorifero e un carrello della spesaDu Producteur au Consommateur”, del 1997, o un pianoforte e un letto a baldacchino, “Eine Klein Nacht Musik”, del 2000.

Il suo eclettismo nell’uso dei materiali, la curiosità per le diverse sperimentazioni artistiche e la sua ironia, tornano in Italia dopo oltre 15 anni. “Ho scelto di dedicare questa mostra all’artista Arman perché è mio fermo desiderio che non venga dimenticato un periodo storico, quello del secondo dopoguerra, caratterizzato da un fermento culturale eccezionale, conseguente alla grande espansione economica”, dice Emmanuele F. M. Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, che ha ideato e realizzato la mostra.

“Ho conosciuto e apprezzato Arman proprio in quel fecondo periodo dell’arte e di lui ho subito condiviso la convinzione dell’assoluta compatibilità dell’espressione artistica con tutto ciò che ci circonda, quella sua particolare ricettività alla materialità della nostra vita quotidiana – prosegue il presidente -. Gli oggetti di uso comune, filtrati attraverso l’ironia e la sensibilità dell’artista, diventano, a mio parere, un potente veicolo di comprensione della nostra società e dei suoi mutamenti”. 

(Credits: Collezione Arman Marital Trust, Corice Arman Trustee – Copyright: Arman Studio New York)

arman

"Arman 1954 – 2005", a Roma la mostra del pittore e scultore francese

Arman definiva gli oggetti di uso comune “estensione del sè”, decenni prima dell’invenzione dello smartphone. Ma ne annullava l’uso, attraverso la loro scomposizione, distruzione o assemblaggio. Faceva a fette un’automobile da luna park, montava due metà di un pianoforte a coda ai lati di un letto a baldacchino, ibridando i due oggetti; o ancora, nella serie “Accumulations”, in una distesa…

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