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Quella di ieri al Cairo è stata solo una photo-opportunity o una giornata memorabile? Proviamo a capire procedendo con ordine. Quando il Papa si è presentato al grande convegno di al-Azhar il peso opprimente del complesso di superiorità/inferiorità che affligge tanti musulmani e tanti arabi si è manifestato nella grande scenografia, memore delle vestigia di un passato glorioso, e nell’incapacità di liberarsi del profondo bisogno di sentirsi capiti, condizione che rende difficile capire gli altri. E’ una condizione che le parole del grande imam al Tayyeb hanno reso esplicita. “Non definite terrorista l’Islam per le azioni di alcuni, così come noi non definiamo terroriste le altre religioni per le azioni di alcuni”. E’ divenuto così evidente l’orgoglio ferito, il bisogno di sentirsi capiti, tanto da rendere problematico il capire gli altri. Lo stesso toccante minuto di preghiera per tutte le vittime del terrorismo che ha aperto la cerimonia, scelta felicissima, è stato inconsapevolmente ridotto a pochi secondi, quasi che prolungandolo davvero avrebbe richiesto il passare dalla richiesta all’offerta di comprensione.

Papa Francesco, che ritengo più che un abile oratore un fine psicologo, ha capito alla perfezione la condizione dei suoi interlocutori. Depositari di un grande passato vivono un angoscioso presente dal quale vorrebbero liberarsi, ma il senso di quella grande eredità pesa su di loro, bloccandoli. Così lui è partito dalla lode della grandezza del passato non tanto islamico, quanto egiziano, per chiedere all’Egitto di tornare protagonista del tempo presente. L’effetto è stato catartico. L’Egitto cancellato dalla cerimonia vi è improvvisamente rientrato, egiziani musulmani ed egiziani cristiani, cioè copti, si sono ritrovati improvvisamente dalla stessa parte della storia. La parola “popolo” è risuonata più volte. E la dicotomia, musulmani contro cristiani, è diventata ben altra, terroristi contro cittadini. Chi odia contro chi ama. Ma non basta, il popolo egiziano si è unito agli altri popoli, non si è ritrovato sul banco degli imputati. Sul banco degli imputati c’erano altri. E il Papa ha detto: “Si assiste con sconcerto al fatto che, mentre da una parte ci si allontana dalla realtà dei popoli, in nome di obiettivi che non guardano in faccia a nessuno, dall’altra, per reazione, insorgono populismi demagogici, che certo non aiutano a consolidare la pace e la stabilità: nessun incitamento violento garantirà la pace, ed ogni azione unilaterale che non avvii processi costruttivi e condivisi è in realtà un regalo ai fautori dei radicalismi e della violenza”.

Mentre altri si attardano a dividere le civiltà, Bergoglio le ha unite, con un’umiltà e naturalezza che cancella quel complesso di superiorità/inferiorità che paralizzava l’interlocutore, e la sala si è trasformata in una curva, “viva il Papa, viva il Papa”.

Poi il Papa è andato dal presidente al Sisi. E qui è scattata l’altra operazione salvifica. Liberare i cristiani orientali dalla sindrome di Stoccolma. Uccisi, falcidiati dai terroristi, molte volte nella storia sono stati paraventi dietro i quali si nascondevano i regimi, come in occasione della strage di Alessandria, ideata da settori dei servizi per prendere in ostaggio comunità cristiane terrorizzate: tutti lo sanno, questo Papa meglio di altri; lui i metodi di generali e colonnelli li conosce. Li conosce dai tempi dei desaparicidos argentini. Ma sa anche che non si può dire a un uomo terrorizzato che non deve cercare riparo, protezione. E allora quando è arrivato dal generale al Sisi ha parlato del dolore. Il dolore di tanti giovani egiziani, magari quelli di piazza Tahrir, il dolore di tanti soldati egiziani, il dolore di tanti genitori, forse anche quelli di Giulio Regeni. E’ il dolore che avvicina i cristiani orientali ai loro fratelli. Dolori diversi, dolori che non riescono a vedersi, e che Bergoglio per la prima volta nella storia recente di questo nostro tempo dolorosissimo ha unito in uno: il dolore dei popoli. Il Papa ha scandito tutti i dolori, unendoli in dolori di popolo accomunati da un naturale desiderio di pace. Ma così facendo i tanti dolori visti e riconosciuti dal papa hanno creato popoli che nessun governo arabo riconosce come tali. Non il governo di al Sisi, non quello di Assad, non gli altri.

Questa operazione di costruzione “pratica” di popoli di cittadini è una complessa e importantissima operazione politico-teologico-culturale, alla cui base c’è la rivoluzione della cittadinanza, ma che Papa Francesco compie senza citazioni, senza paroloni, senza “lectio magistralis”. Lo ha fatto unendo i popoli, sanando le ferite create dai regimi e dai loro (indispensabili) opposti, prodotti comunque aberranti di altre aberrazioni. Non c’è male minore, piuttosto il bene comune.

Nessuno può permettersi di criticare i copti per la loro paura, nessuno può permettersi di criticare i diseredati egiziani per la loro fame disperata di un piatto di riso. Bergoglio è stato il primo a unire le loro sofferenze, facendo del dolore l’anima di un popolo che può ricominciare ad amare amando se stesso. E il papa copto lo ha confermato dicendo: “Non siamo una minoranza, siamo cittadini”. Se poi questa sarà l’alba di un nuovo giorno per questi popoli, a partire da quello egiziano, è presto per dirlo. Certo non si può dire però che il Papa non ci abbia provato.

Muhammad al-Tayyeb

Vi racconto la giornata memorabile di Papa Francesco al Cairo con al-Tayyeb e al-Sisi

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