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Nessuno sa davvero come finirà la vicenda siriana. Si sa solo una cosa: dobbiamo esserci persi (eravamo distratti noi, forse?) le manifestazioni contro Assad e il suo regime che saranno state sicuramente convocate da qualche parte – in questi anni – da parte dei pacifisti e pacifinti riemersi in questi giorni. Smetto di scherzare, perché – come si sa – quelle manifestazioni non si sono mai tenute, e nessuno le ha mai organizzate.

Ma torniamo all’oggi. A mio modesto avviso, Trump meriterebbe un Nobel già solo per come ha fatto impazzire l’establishment e i mainstream-media in tutto il mondo.

Siamo dinanzi all’equivalente politico del leggendario articolo di Tom Wolfe del 1970 (quello in cui coniò l’espressione “radical chic”): quella volta Wolfe, facendosi beffe della buona società newyorkese, fece la cronaca del surreale party organizzato dalla moglie del direttore d’orchestra Bernstein in un lussuoso attico di Park Avenue, per invitare un po’ di signori ultraricchi a finanziare il gruppo comunista estremista delle Pantere Nere.

Ecco, sostituite l’eleganza di Wolfe con la – diciamo – minore finezza di Trump. Sostituite alle Pantere Nere marxiste-leniniste le più stanche Pantere Grigie del politicamente corretto, e tutto il resto può rimanere uguale.

Si sa, prendere in giro Trump faceva e fa figo, nei salotti tanto quanto nelle redazioni. Accadeva durante la campagna elettorale: tranne pochissime voci (devo ringraziare Italia Oggi, Formiche e Affaritaliani, dove ho potuto esprimere opinioni altrove ritenute sacrileghe), il coro pro-Hillary era assordante. E non era tifo: era accecamento. Ricordo le nottate dei dibattiti televisivi presidenziali, dove le “migliori firme” (inviati, direttori, commentatori-commendatori) twittavano garruli spiegando che Hillary aveva già vinto, anzi stravinto. Qui, nel nostro piccolo, non si tacevano i difetti e le incongruenze di Trump. Ma si tentava di ragionare, e di dire che forse le cose non erano così scontate. Sappiamo come sia andata a finire.

Dopo le elezioni, il quadro non è cambiato. Sintetizzo i capi d’accusa: Trump “puppet” di Putin; Trump isolazionista; Trump che mette insieme un pugno di generali e organizza una “junta” alla sudamericana; e altre amenità del genere (e sia chiaro: troppo comodo sghignazzare solo sulla Botteri e le sue cronache Rai: i giornaloni non sono stati da meno…).

Ora, la decisione di Trump sulla Siria ha spiazzato i soloni, costretti a riposizionarsi. Ha perfino indotto le salme di Bruxelles a schierarsi con la Casa Bianca. E l’elenco dei capi di stato e di governo che hanno scelto una linea convergente con Washington è impressionante: dall’Australia a Israele, passando per Londra, e questo era prevedibile; ma anche Turchia e Canada, per fare altri due esempi meno scontati.

Lo ripeto ancora. Il quadro resta difficile da decifrare. Siamo nel tempo dell’oscuro, del grigio, dell’imperscrutabile. Ma una cosa è certa. Dopo gli otto anni di arretramento obamiamo, Washington è tornata centrale, ha abbandonato la strategia del non intervento (che ha consentito non solo al terrorismo, ma anche a player autoritari come Russia e Iran di guadagnare spazio), e ha mostrato a tutti che l’America c’è. Vale anche per la potentissima Cina: “avvertita” a sua volta sulla Corea del Nord, altro potenziale bersaglio di Trump.

Dopo Brexit e Trump, il mondo è cambiato, e molto altro può ancora succedere. Qualcuno ha scelto di accucciarsi docilmente ai piedi di Putin: vale anche per i nostri sovranisti, che evidentemente il loro “sovrano” l’hanno trovato a Mosca. Qualcun altro (establishment e mainstream-media) è letteralmente impazzito, per non aver capito cosa accade. Qualcuno infine – ed è bene iscriversi a quest’ultimo partito – non smette di cercare, di interrogarsi, di andare oltre il pregiudizio. Proviamoci.

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