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In una lettera al Corriere della Sera, presentando il convegno organizzato per ricordare il padre a un anno della sua scomparsa, Davide Casaleggio magnifica il programma Watson della Ibm, “avanguardia dell’intelligenza artificiale”. Se qualcuno mi chiedesse quali sono i suoi antenati, risponderei che forse il più famoso oggi è una gloria del Regno Unito. Times lo ha incluso nella lista dei cento personaggi più influenti del Novecento. Dopo una petizione popolare, nel 2009 il premier Gordon Brown si è scusato con i suoi connazionali per il martirio giudiziario che gli è stato inflitto in virtù della sua omosessualità. Sollecitata dalla comunità scientifica, nel 2013 la regina Elisabetta gli ha concesso la “grazia postuma di Stato”. Sto parlando di Alan Mathison Turing (1912-1954), il pioniere della rivoluzione informatica. In “The Imitation Game”(2014), il film che lo fatto conoscere al grande pubblico, è un genio anticonformista e asociale fino ai limiti dell’autismo. Dallo stereotipo dello scienziato eccentrico e stravagante si discosta, invece, la biografia di Turing scritta da Nigel Cawthorne (L’enigma di un genio, Newton Compton, 2014).

Dopo essersi laureato nel 1934 al King’s College, Alan getta le basi dell’innovazione che più ha segnato il Novecento. Immagina una macchina in grado non solo di effettuare calcoli numerici, ma qualunque operazione descrivibile mediante un algoritmo, cioè una successione di istruzioni eseguibili in modo automatico. E i computer sulle nostre scrivanie sono esattamente come lui li aveva pensati: macchine che, come tutte le macchine, sanno fare soltanto un numero finito di operazioni, ma che fanno quelle giuste. La “Macchina di Turing”, come verrà chiamata più tardi, è esattamente questo: una macchina capace di emulare qualunque programma che gli viene dato.

Nell’autunno del 1936 salpa per l’America, per uno stage all’Institute for Advanced Study di Princeton. Il suo talento viene notato da John von Neumann, che gli propone di proseguire le sue ricerche per un altro anno. Turing accetta, ma la guerra con la Germania era ormai imminente, e non esita a servire la Corona. Il 4 settembre 1939 arriva a Bletchley Park, una villa monumentale situata una cinquantina di miglia a nord-ovest di Londra. Insieme a un team di matematici, gli viene assegnato il compito di decifrare il codice Enigma, utilizzato dai comandi militari del Terzo Reich per le trasmissioni segrete. Alan si mette subito all’opera. Il 18 marzo 1940 a Bletchey viene installata Victory”, soprannominata Bomba per il suo ticchettio costante. “Agnus Dei”, la seconda Bomba, viene piazzata ad agosto. Mentre infuriava la battaglia d’Inghilterra, le trasmissioni della Luftwaffe venivano ormai regolarmente intercettate; anche quelle che confermavano la rinuncia all’invasione della Gran Bretagna pianificata dal Führer.

Nel 1946 John Womersley, responsabile del dipartimento di matematica del National Phisical Laboratory (NPL) di Teddington, propone a Turing di costruire il primo computer elettronico multifunzionale. Alan non ci pensa due volte, e in quarantotto foglietti con cinquantadue grafici spiega la sua “macchina calcolatrice elettronica”. Il governo britannico stanzia centomila sterline per finanziare il progetto. Nello stesso anno, von Neumann rivela all’opinione pubblica americana che in Pennsylvania quella macchina era già stata costruita. In realtà, era ancora priva di un elemento cardine, il programma memorizzato di Turing, che verrà poi inserito in un nuovo calcolatore (EDVAC). Da quel momento, però, sarà il fisico ungherese ad essere incensato come il “padre del computer”.

Deluso dalla disinvoltura di von Neumann e dall’ostilità che gli manifestava il direttore del NPL, sir Charles Darwin (nipote del teorico dell’evoluzionismo), Alan nel 1948 si iscrive al Moral Science Club di Cambridge, ha una relazione con Neville Johnson, uno studente del King’s, gioca a scacchi con Pigou, si occupa di neurologia e fisiologia Decide, infine, di trasferirsi all’università di Manchester, dove lo aveva chiamato Max Newman. Nel maggio del 1948, prima di dimettersi dal Laboratorio di Teddington stende un rapporto intitolato Macchine intelligenti. Cestinato da sir Darwin come il compitino di uno scolaretto, anticipava il concetto di algoritmo generico, che troverà applicazione nelle previsioni finanziarie e nella produzione di medicinali.

Nell’ottobre del 1950 la rivista Mind pubblica Macchine calcolatrici e intelligenza, il testo più sovversivo e più controverso di Turing. Nel 1936 aveva dimostrato che una macchina non può decidere se una proposizione è vera o falsa. Ora intendeva dimostrare che, se riesce ad imitare il comportamento umano, la macchina “pensa”. A tal fine, inventa il “gioco dell’imitazione”, più noto come test di Turing: “La pretesa che le macchine non possono sbagliare [nel gioco dell’imitazione] sembra strana […]. S’afferma che colui che interroga potrebbe distinguere la macchina dall’uomo semplicemente ponendo a entrambi un certo numero di problemi aritmetici. La macchina verrebbe smascherata per la sua tremenda precisione. La risposta a questo è semplice. La macchina, programmata per giocare al gioco, non cercherebbe di dare la risposta esatta […]. Introdurrebbe deliberatamente degli errori, in modo studiato apposta per confondere chi interroga”. Le frontiere dell’intelligenza artificiale (espressione coniata nel 1956 dal matematico americano John McCarthy) erano ormai aperte. Secondo Turing, doveva passare almeno un secolo prima che un computer potesse superare il suo test. Il 7 giugno 2014, giorno del sessantesimo anniversario della sua morte, il computer “Eugene” lo superava, sia pure parzialmente, nella sede londinese della Royal Society.

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Davide Casaleggio e l'intelligenza artificiale

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