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Ultima giornata di votazioni nei circoli del Pd, tra le solite, immancabili polemiche sulle percentuali dei votanti e sul numero stesso degli iscritti chiamati a scegliere fra i tre concorrenti alla segreteria: l’uscente Matteo Renzi, il flemmatico ministro della Giustizia Andrea Orlando e il sin troppo irruente governatore pugliese Michele Emiliano. Che, in verità, mi sembra più un cacciatore di guai che di voti.

Di voti, almeno fra gli iscritti, persino nella sua regione, “don Michele” sembra che ne abbia raccolti così pochi da rischiare di rimanere sotto il 5 per cento richiesto per accedere, con gli altri due compagni, alle primarie di fine aprile: quelle decisive e aperte agli esterni, ai non iscritti. Di guai, potevano forse bastargli quelli al Consiglio Superiore della Magistratura, dove lo aspetta proprio domani, assistito dal capo della Procura della Repubblica di Torino, Armando Spataro, un passaggio importante del procedimento disciplinare procuratosi per l’ostinazione di non rinunciare alla toga e alla carriera giudiziaria, per quanto sia ormai in politica da tanto tempo, e persino iscritto al Pd.  Alla cui segreteria non avrebbe potuto neppure candidarsi senza disporre della tessera di socio. Che è cosa impedita dall’ordinamento giudiziario, per quanto a Michele Emiliano facciano buona compagnia, in questa condizione di almeno dubbia legalità, altri magistrati, a cominciare dall’austera ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro, del Pd pure lei.

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Nonostante la solita guerra dei numeri, il successo di Renzi anche fra gli iscritti è ormai scontato. E con gli esterni, a fine aprile, non potrà che andargli ancora meglio, anche se i fuoriusciti dal Pd -i vari Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Enrico Rossi, Roberto Speranza eccetera- dovessero mandare i loro compagni ai gazebo per cercare di rovinargli un po’ la festa.

Più insidiose dei gazebo di fine mese potranno rivelarsi per Renzi, per quanto protetto dalla rilegittimazione congressuale, le elezioni amministrative appena fissate per l’11 giugno. Alle quali saranno interessati circa dieci milioni d’italiani, dal nord al sud, in città di un certo peso come Genova, Alessandria, Lodi, Monza, Piacenza, Parma, Padova, Pistoia, L’Aquila, Catanzaro, Trapani, Palermo. Dove Renzi potrà verificare nel concreto, come in una specie di antipasto, gli effetti elettorali della scissione a sinistra subìta nel Pd. E regolarsi anche ai fini delle tentazioni che gli sono ancora attribuite, a torto o a ragione, di convincere il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a preferire in autunno una crisi e conseguenti elezioni anticipate, magari a fine novembre, e col ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, piuttosto che una legge finanziaria per un 2018 di lacrime e sangue. Così hanno l’aria di attendersi in Europa, e potrebbero ancor più pretendere se Angela Merkel, la cancelliera del rigore, dovesse vincere a settembre le elezioni tedesche.

Per Renzi insomma, che peraltro avrebbe confidato a Maria Elena Boschi di sentirsi “vittima e ostaggio” della legge elettorale, cioè di quella che ancora manca, o che si aspetta il presidente della Repubblica prima di potersi arrendere alla sgradita prospettiva dello scioglimento anticipato delle Camere, la seconda avventura da segretario del Pd non si presenta quindi per niente facile.

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A migliorare l’umore di Renzi non credo proprio che sia servito l’abituale articolo domenicale di Eugenio Scalfari. Che, buono come un Barpapà molto avanti negli anni, ascetico nella contemplazione dell’amico e Papa Francesco, lusingato dalle telefonate e dalle visite che gli fa ogni tanto proprio lui, Renzi, non è però fesso. Per cui, come prevedevo qui qualche giorno fa, non ha per niente gradito che l’ex presidente del Consiglio sia tornato a prenotare il suo ritorno a Palazzo Chigi perché –ha detto nei circoli-  “in tutta Europa” il leader del partito di maggioranza è anche il capo di governo. Ma ciò dopo avere fatto capire allo stesso Scalfari il contrario, di non essere cioè per niente sicuro dell’applicazione di questa consuetudine europea ad un quadro politico profondamente cambiato in Italia con l’ormai scontato ripristino del sistema elettorale proporzionale.

In un sistema del genere, e per giunta tripolare, con quell’ingombrante di Beppe Grillo fra i piedi, le alleanze di governo si possono cercare non prima ma dopo le elezioni, in base alle affinità programmatiche, di certo, ma anche ai rapporti di forza fra i vari partiti per assicurare all’esecutivo la necessaria fiducia parlamentare.

Scalfari è convinto -e non gli può dare francamente torto, anche se mi è capitato tante volte di dissentire da lui- che il segretario del partito di maggioranza potrebbe complicare le cose proponendosi di tornare a fare anche il presidente del Consiglio. E, per giunta, con una tale foga da “trucidare” -parola del fondatore di Repubblica- il prezioso governo di Paolo Gentiloni, come fece nel 2014 col governo del povero Enrico Letta.

Deciso per impazienza, ormai, ad essere il più chiaro possibile, Scalfari ha avvertito Renzi che è bene si tolga dalla testa l’idea di fare il “burattinaio” scambiando gli altri per “burattini”.

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Come se non bastassero i problemi che ha già di suo, Renzi si è vista riesplodere fra le mani anche la grana dell’Unità, da lui riportata nelle edicole tre anni fa ma che neppure il bravo, generoso Sergio Staino, sopraggiunto ad un esperto di acque, è riuscito a rianimare nelle edicole con la sua passione di militante e la sua ironia di grande vignettista.

Al sopraggiungere di un’altra stretta alla redazione, il povero Sergio ha cercato proprio con una striscia di vignette di mobilitare i lettori, incorrendo in proteste sindacali che lo hanno giustamente sorpreso e addolorato. Pertanto ora la redazione dell’Unità deve anche trovarsi  o attendere un altro direttore, oltre a convincere gli editori a rimetterci altro danaro.

Penso di potere esprimere anche a nome dell’amico Michele Arnese, direttore di Forrmiche.net, tutta la simpatia che meritano Staino e le creature delle sue vignette, tutte vittime purtroppo di un ossimoro: quello costituito da una testata che è l’opposto della realtà della sinistra alla quale essa è geneticamente rivolta. Una sinistra non unita ma frantumata, e decisa a non riconoscersi neppure nelle sue origini, che solo il cuore e la matita di Sergio potevano riuscire a conciliare con la dura realtà di oggi.

Tutti i problemucci di Renzi fra Gentiloni, Pd, Scalfari e Unità disunita

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